Anna Vertua Gentile.
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A la faggeta.
romanzo.
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1913. Madella Editore. Sesto San Giovanni, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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Questo romanzo, apparso nel 1913, ha sicuramente raccolto lagrime e sospiri di una generazione di giovinette, cui la copiosa produzione di Anna Vertua Gentile era prevalentemente destinata.
Numerose eroine dei romanzi di questa autrice allinizio della storia sono state colpite da un rovescio di fortuna, passando dalla ricchezza a una condizione modesta, da una animata vita in citt a una vita tranquilla in campagna o, come in questo caso, in una valle delle Prealpi, raggiungibile solo a piedi. Qui di eroine giovani, belle e sfortunate ce ne sono addirittura due: Anna, che comunque ha la consolazione di vivere con fratello e sorella, e Ida, rimasta totalmente sola e nella necessit di guadagnarsi da vivere come istitutrice, poi come maestra di musica in collegio.
Tutto il romanzo ruota intorno alle vicende delle due amiche, e si conclude con il pi classico lieto fine. 
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L'AUTRICE.
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Anna Vertua Gentile (Dongo, 30 maggio 1845, Lodi, 23 novembre 1926)  stata una scrittrice italiana.
Figlia di Rocco e di Esther Polti, alla morte del padre avvenuta nel 1862 trov impiego presso l'Istituto delle Dame inglesi di Vicenza. Incominci a scrivere nel 1868: il suo primo lavoro conosciuto  firmato come Annetta Vertua. Spos Iginio Gentile, allora docente di Storia antica nell'Universit di Pavia; dalla loro unione nel 1874 nacque un figlio, Marco Tullio. Tra il 1874 e il 1893 scrisse una serie di racconti e opere teatrali brevi per bambini, che venivano recitate nei salotti di casa o interpretate con burattini.
Divenuta scrittrice di professione dopo la morte del marito (nel 1893, seguita, nel 1912, da quella del figlio) ebbe una produzione feconda: fino al 1901 pubblic oltre 150 titoli tra romanzi, soprattutto d'amore, novelle, scritti educativi e manuali di condotta.
I suoi scritti, pur intrisi di sentimentalismo e precetti morali, non furono privi di richiami all'indipendenza femminile.
Mor presso l'Istituto Santa Savina a Lodi, dove si ritir nel 1923. Sulla facciata esterna dell'edificio  stata affissa una targa che la ricorda.
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A LA FAGGETA.
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Il paese, grosso, se si tien conto delle molte frazioncelle sparse, piccolo, se si guarda alle poche case raggruppate intorno alla chiesa parrocchiale, lo chiamano cos per via dei faggi, che si innalzano diritti, ramosi e fitti da formare una boscaglia, nel largo rispiano a mezza costa della montagna, a un quarto dora appena dalla verde zona de pascoli.
E paese che si sveglia tardi dal sonno invernale; ma gode duna estate cos fresca, cos verde, pittoresca e maestosa per la veduta del lago sottoposto e della superba corona di monti che lo cingono in torno, che, ai primi disgeli, i villeggianti vi accorrono ad abitare le palazzine disseminate nel bosco, sopra i grandi massi sporgenti, nelle tranquille insenature.
Vi accorrono stanchi dellaffannosa vita cittadina, smaniosi di quiete verde e sana. E per tre mesi, respirano laria vibrata della costa boscosa, bevono acqua pura e latte profumato, si divertono ritrovandosi in date ore del giorno, riunendosi per gite, escursioni, serate e balli.
Poi, a la prima nevata dottobre, ai primi soffi gelati della vallata, come un volo di rondini, lasciano il nido estivo e tornano in citt.
Partono alla spicciolata; una famiglia oggi, unaltra domani; e si lasciano con un affettuoso arrivederci; perch si ritroveranno in citt.
Quellanno, per la met di ottobre, gi nevoso e freddo, le palazzine sparse erano tutte chiuse; meno una. Una casetta svizzera, piccolina, civettuola, che si sarebbe detto un balocco creato da una fantasia gentile e buttato dal capriccio in vetta dun poggio, sorgente bizzarro nella valle, fra le montagne alte, ripide, imponenti.
La casetta svizzera era tuttora aperta; dal camino, di sopra il tetto dardesia, usciva ancora il fumo, a spire nere e pigre, che stavano immote nellaria morta della giornata nebulosa.
Su luscio della casetta era un gruppo di persone. La famiglia dellindustriale Stalzi, padre, madre, e due bambine; Ida Flammi, una bella e gentile giovinetta; listitutrice; poi il dottore Roberto De Noto con le sorelle Anna e Milda; una signorina la prima; la seconda una fanciulletta.
Si scambiavano i saluti, le strette di mano.
I signori Stalzi scendevano in ritardo quellanno; non reggeva loro lanimo di lasciare soli in quella mesta solitudine, gli amici. Fino allora avevano sempre fatto il viaggio insieme; andando a la Faggeta e tornando a Milano. Ma allora, le cose erano cambiate; i signori Stalzi dovevano partire soli; il dottore Roberto De Noto, rimaneva come medico condotto del paese e con lui restavano le figlie della seconda moglie di suo padre, Anna e Milda. Un rovescio di fortuna impediva ormai al dottore di vivere a Milano; e poich l a la Faggeta, il vecchio medico era morto, egli aveva cercato e ottenuto di sostituirlo.
Il dottore Roberto, un belluomo di trentanni, alto, smilzo, bruno, con un sorriso un po forzato su la bocca, salutava lamico e antico compagno di scuola e di Universit; mentre ogni tanto volgeva uno sguardo al gruppo delle donne e dei fanciulli e fermava gli occhi su la figurina slanciata e sottile di Ida Flammi, dal visuccio pallido quasi illuminato dagli occhioni scuri, espressivi, bellissimi.
Le bambine Stalzi, impazienti, volevano partire; Emma aveva paura di non arrivare a tempo alla corsa del treno; gi a pi del monte.
Ci fu uno scambio di baci; ci fu qualche lagrimuccia; e le famiglie amiche si separarono.
Roberto e Anna stettero su luscio finch li videro. Prima di scomparire nel viottolo della discesa, gi in fondo al rispiano verde, Ida Flammi, come se si sentisse addosso gli occhi che la seguivano, si volse, sventol il fazzoletto; poi scese a precipizio, per raggiungere la compagnia, che laveva sopravvanzata.
Roberto e Anna dopo daver risposto al saluto della giovine amica, stettero un momento a guardarsi. La sorella di diciottanni, indovin nella espressione del fratello, gi uomo fatto, uno sforzo violento della volont sopra tutto s stesso; non gli butt le braccia al collo come avrebbe desiderato il suo cuore; cap che quello non era il momento delle tenerezze che infiacchiscono; gli stese invece bravamente, virilmente la mano e gli disse, quasi scherzosamente:
A noi due, adesso, caro dottore! A te la cura dei malati, a me quella della casa e della sorellina. Mancheranno gli amici, bisogner staccarsi dalle vecchie abitudini; ma resta il nostro affetto, resta il lavoro; e... e il pensiero degli assenti! soggiunse fissando gli occhi in quelli del fratello, con intensit, quasi a volergli trasmettere nellanima la sua speranza, la sua fiducia.
Roberto le sorrise stringendole la manina; e poi che Milda, in quel punto scendeva dalle camere superiori cantarellando, la prese per le braccia facendola saltare nellaria, giuoco che piaceva assai alla piccina e le strappava risate a non pi finirne.
E adesso, a colazione! disse Anna.
Entrarono in cucina; una cucina dal gran camino con i panconi ai lati, appesi alle pareti gli utensili lucenti, la tavola greggia nel mezzo, due finestre che guardavano il fianco boscoso della montagna. Su la tovaglia candida, distesa sopra la tavola, erano le tazze del caff e latte, un piatto di burro fresco, un vasetto di miele, le fette di pane casalingo arrosolate a la bragia.
Milda mangiava con appetito; divorava il pane, beveva con gusto il caff e latte.
Non pare pi la piccola schifiltosa di Milano! osserv Roberto quando apriva la bocca allimbeccata come un passero!
E si  fatta rosea e robusta che fa piacere a guardarla! soggiunse Anna.
E perch qui  bello e si sta bene! spieg la fanciullina.
Ma verr la neve; e quando sar alta, che cosa far la piccola innamorata della montagna? chiese Roberto.
Quando la neve sar alta, andr in islitta! rispose seriamente Milda. La signora Marietta ha fatto a Gino e a Rachelina due mantelli foderati di pelle di pecora. Ah! ah! ah!... dice che sembrano due orsacchiotti. Ma ci stanno sotto caldi come in una stufa. Anna!... lo farai anche a me un mantello foderato di pelle di pecora?
Ecco larciprete! disse Roberto guardando dalla porta a vetri.
Ed  con lui la sorella con i figliuoli. Buona gente!... hanno pensato che appunto adesso sono partiti i nostri amici! osserv Anna, andando incontro ai visitatori.
Larciprete, un uomo sulla cinquantina, piccoletto, esile, dalla faccia buona e la fronte intelligente, aveva una grande tenerezza per Anna e Milda e una grandissima stima di Roberto, che aveva in conto di amico.
E sua sorella Marietta, vedova dun ufficiale, che dopo la morte del marito, si era ritirata a vivere con lui insieme con i figliuoletti, era gi stata amica della mamma delle fanciulle e le amava con cuore materno.
Il cielo, di imbronciato che era stato fino allora, si andava rasserenando; laria dalla valle soffiava nelle nuvole, che si spezzavano e fuggivano a lembi, a frastagli, variando di forma, dileguando, perdendosi dietro le vette. Il sole dimprovviso, avvolse nella sua luce doro la casetta, il poggio, parte della valle.
Siamo venuti a pregarvi di venire oggi a mangiare la minestra da noi! preg larciprete.
Roberto cap la delicata intenzione. Non si voleva lasciarli soli, lui e le sorelle, quel giorno. Si pensava che in compagnia avrebbero sentito meno la mancanza degli amici partiti.
Strinse la mano allottimo prete; accettavano senza dubbio e con grande piacere. E in tanto, poi che il tempo si era messo bello, egli proponeva di fare tutti insieme una passeggiata, che forse sarebbe stata lultima quellanno, con quella continua minaccia di neve, che cera pericolo di rimanere bloccati da un momento allaltro. La proposta fu accettata subito.
Anna chiuse la porta della casetta, intasc la chiave, mise il cappello in testa a Milda, e via tutti; i bambini innanzi; poi la signora Marietta e Anna; ultimi larciprete e Roberto.
Si va a trovare leremita? propose Anna.
S! s! s!
I fanciulli si rivolsero a gridare il loro sentimento di affermazione.
Ci dar le castagne! disse Gino.
Ci far vedere laquila addomesticata! fece Rachelina.
Leremita era un uomo singolare. Era stato soldato parecchi anni di seguito; e si era ritirato con il grado di sergente.
Tornato al paese sera trovato sperso in mezzo a gente che quasi pi non lo conoscevano; senza amici, senza parenti. Aveva qualche cosa del suo; si ritir a vivere in una casuccia, lontana unora dallultima frazione del paese; solo; a veder sorgere e tramontare il sole; a veder la nebbia avvolgere la montagna; a vedere la neve; a sentirsi da essa bloccato in casa con le sue bestie; diceva. E soggiungeva:
Non  anche troppo per chi deve morire?
A sentirlo parlare, pareva un egoistone; i fatti invece, lo dicevano generoso, pronto a qualunque sacrificio per il prossimo. Quanti cacciatori non avevano trovato ricovero e pane nella sua catapecchia addossata alla montagna!... Quanti alpinisti non avevano dormito e mangiato sotto il suo povero tetto, sorpresi dalle intemperie e dalle nevate!... E i fanciulli del paese e degli sparsi casolari, che andavano per more, fragole e bacche di mirtillo, dicevano di lui che era un uomo dabbene, sempre pronto a sfamarli quando cera bisogno!...
La comitiva prese per il viottolo discosceso, tutto sporgenze, asprezze e tortuosit, abbozzato dai contadini tra lintreccio delle piante e i massi, dellalto pendio della montagna. E su, seguendo il capriccio del sentiero, che ora si snodava attraverso i rialzi, ora correva serpeggiante fra le gole rocciose, ora, allargandosi, mostrava in distanza, una frastagliata catena di monti. Su, su. Il sentiero non pareva pi che una fessura di macigno; camminavano fra le scogliere tuttora verdeggianti di cerri e quercioni, ginestre e rovi; camminavano cauti, fatti silenziosi dalla solennit dei luoghi.
A un punto, don Giuseppe, fece fermare la compagnia. Erano arrivati; si guardassero in tondo che era una meraviglia di veduta. Tutta una corona di creste e cucuzzoli e altipiani e giogaie di monti, che si innalzavano, e scure vallonate, e cupi folti di abeti, e paurose sporgenze di nude roccie scheggiate.
Quivi addossata alla montagna, fra un gruppo di larici, era la casetta delleremita.
Seduto su un tronco dalbero, messo fuori delluscio a mo di sedile, se ne stava fumando tranquillamente nella pipa, in mezzo alle sue bestie; un vecchio cane barbone; una vaccherella che pasceva, una capra, un aquilotto dalle ali mozze.
Si alz non appena vide la compagnia che arrivava; si fece incontro allarciprete e: Ben venuto, don Giuseppe! disse ben venuto a lei e alla compagnia!
Port fuori una panchetta di legno, invit le signore ad accomodarsi. Accenn a don Giuseppe e a Roberto il tronco dalbero. Poi port le castagne ai fanciulli, che se le sbucciarono guardando le bestie e scherzando fra di loro.
Quando leremita seppe che Roberto quellanno non tornava a Milano; che restava al paese come dottore, ebbe un guizzo di piacere negli occhi.
Ah bravo! disse qua su si  pi vicini a Dio e un dottore pu fare del gran bene!...
Poi, per soddisfare alla curiosit di Anna, che voleva sapere come mai egli la potesse durare i lunghi mesi dinverno l solo soletto, che le pareva impossibile che potesse n pure vivere materialmente e resistere alle intemperie, egli con un sorriso buono, che gli addolciva il volto maschio dai lineamenti pronunciati e piuttosto duri, mostr dentro e fuori la sua catapecchia, che era costruita sodamente; tanto di muraglie massicce tutte di sassi e calce; tanto di tetto dardesia, dalle lastre fermate con grossi macigni. Dentro poi, una cucina, una stanza dove dormiva, la stalla e un bugigattolo di sgombro, che era un vero magazzeno dogni ben di Dio. Patate, farina, castagne, formaggio e altro ancora: C da tirare innanzi per quattro mesi! disse. E, per non morire assiderati, ecco! soggiunse, aprendo un usciolino in un angolo della cucina, che metteva in una specie di alta e profonda grottaglia, di sotto la montagna. La grotta era piena zeppa di legna, frasche di ginepro, di ginestra, di pruni; poi ceppi tanto fatti e tronchi; una ricca provvista.
Gino not una campana, chiusa intorno da una specie di torretta, sopra un tettuccio.
Che cosa  questo? chiese.
Don Giuseppe rispose per leremita. Era la campana, cos detta di soccorso. Non era raro il caso, che qualche montanaro, o imprudente cacciatore, o alpinista pazzo, non chiedesse ricovero e pane in quella casuccia. La tormenta o le valanghe, o anche laggirarsi di qualche orso affamato, sorprendeva spesso chi si avventurava nellalta montagna nella stagione del gelo. E in casi di disgrazia, quando leremita non poteva soccorrere da solo, dava mano alla corda della campana; e suonava disperatamente. Non mancavano mai gli animosi che accorrevano allappello della carit.
Milda e Rachelina, a mano luna dellaltra, ascoltavano interessate, larciprete.
La loro infantile fantasia era colpita da quel non so che, di arrischiato, di strano e altamente caritatevole, che cingeva come dunaureola di santo la fronte di quelluomo.
Ne succedono spesso di disgrazie? chiese timidamente Milda.
Le valanghe sono frequenti? volle sapere Rachelina.
E... e... lorso non  mai venuto a grattare alla porta della casa? salt su Gino, con un brivido.
Si erano rimessi a sedere sullo spianato dinanzi alla casa. E leremita, compiacente, rispondeva alle interrogazioni.
Pur troppo le disgrazie non erano rare. Anche linverno passato egli aveva raccolta di sotto la neve, una guardia di finanza, stecchita; un contrabbandiere sera spezzato una gamba cadendo in una buca e aveva dovuto passare l due mesi con lui. Poi... poi... cerano le valanghe!... Uno spettacolo pauroso quello delle valanghe! Un rombo sinistro, un mostro immane che precipita ingrossando e menando rovine tremende!... In quanto a lorso, quanduno  ben tappato in casa non c pericolo! continu leremita sorridendo. Che se fa il bravo e minaccia troppo da vicino, c lamico sempre pronto a dargli la fuga! disse, facendo latto di spianare un fucile immaginario.
Erano quivi da unora, quando per laria si diffuse lo scampanellare di mezzogiorno, dalle chiesuole sparse su i fianchi della montagna.
Era tempo di scendere.
Leremita strinse la mano a don Giuseppe e disse a Roberto che stesse attento al suono della sua campana; nelle disgrazie un medico non  mai di troppo! ed egli era giovine e forte e poteva accorrere.
Le campane delle sparse chiesuole suonavano mezzogiorno, alcune con un ritoccare cupo e severo, altre con un giocondo scampanellare; altre ancora lanciavano nellaria, strani motivi, tolti da canzoni popolari e da inni patriottici.
Si sarebbe detto un festoso invito al pasto, alla riunione dei lavoratori e delle lavoratrici intenti a lavorare la terra dei brevi campicelli, a raccogliere gli altrui frutti.
E dalle alture, dagli spiazzi coltivati, dai castagneti e dai prati, la gente si avviava verso casa; le donne curve sotto la gerla; gli uomini carichi di legna, i fanciulli con le capre e le pecore. Tutti sbucavano dal sentiero e si affrettavano al ristoro del pasto.
Una bimba sbambucciata, offerse timidamente alla signorina Anna, un mazzetto di ciclamini. Un ragazzetto, regal a Gino uno zufolo scavato in un ramo di sambuco.
A sedere sullo scalino della cappelletta della Madonna, un vecchio snocciolava il rosario, mentre la vaccherella pasceva lerba stenta del pendio.
Gli ultimi uccelli, non ancora scacciati dal freddo, ciangottavano fra le rame.
E le campane suonavano, suonavano, invitando gravemente e festosamente al breve riposo, alla affettuosa riunione del pasto giornaliero.
Nel salottino della casa parrocchiale, era imbandita la mensa.
A tavola! invit don Giuseppe con un largo sorriso buono.
Sua sorella si diede subito attorno a far sedere al pasto i fanciulli ed a servire con laiuto della domestica, una robusta e sorridente giovane montanara, che rec subito una magnifica polenta gialla, profumata, e avvolta in un lieve vapore.
Don Giuseppe, ritto al suo posto, fece il segno della croce e benedisse a tutti con due parole di riconoscenza verso Dio, che concedeva il gentile ritrovo amichevole.
La condotta del dottore Roberto De Nota non era punto facile. Si estendeva a tutte le frazioni del paese, sparse a distanza, qua e l, a gruppi di casolari, dentro la vallata, su per le sporgenze a picco del torrente, annidate fra le piante. Con gli scarponi ferrati ai piedi, le uose fino a le ginocchia, il mantello su le spalle e il cappello mencio a larghe tese in testa, egli partiva il mattino, armato del grosso e nodoso bastone, per le sue visite, e non tornava che a mezzogiorno per il desinare.
Intanto Anna attendeva alle faccende di casa, preparava il pasto frugale e faceva un po di scuola alla sorellina, che sera proposta di istruire lei stessa. La energica e coraggiosa giovinetta, abituata a una vita tutta delicature e raffinatezze, al sopraggiungere dei momenti difficili, quando il fratello era stato obbligato dalle circostanze a concorrere al posto di medico, aveva guardato arditamente in faccia la nuova esistenza che le si preparava, e aveva detto a Roberto: Tu curerai i malati, io bader alla casa e a Mida; sar massaia e maestra, e il tuo stipendio di dottore baster a tutti tre.
Bastava in fatti, per quanto certo non largo, bastava cos bene, che in casa nessuno si accorgeva di vivere con poco.
Anna conosceva il gusto fine del fratello; e per non urtarlo, trovava il modo, a forza di rivoltare, rimodernare e rabberciare, di vestire sempre con qualche eleganza lei stessa e la sorellina. E sapeva anche disporre i mobili della casa in maniera da far parere le stanze graziose e adorne. Una tenda appuntata con gusto, una portiera rialzata con garbo e cascante in pieghe studiate, un vaso con piantine verdi, qua e l qualche ramo dedera e frasche verdi; alle pareti, i quadri, i ritratti, cose, per memorie, gentili e sante; gruppi di fotografie ben collocate, qualche acquerello.
Anna era felice quando suo fratello, guardandosi intorno, esprimeva soddisfazione e compiacimento; allora ella gli posava le mani sulle spalle e gli chiedeva con certa ansia, se gli pareva di potersi abituare a quella vita, se non rimpiangeva troppo la citt, il passato!...
Roberto la guardava con gli occhi sinceri e la rassicurava. Si era gi abituato; il lavoro ha le sue gioie; e sono tali che quasi sempre compensano dogni privazione; se pure cera privazione per lui. Viveva con le sue sorelle care, non le mancava il conforto e lo svago della compagnia buona e gradita, nellarciprete e in sua sorella; i malati lo vedevano volentieri e gli mostravano stima e fiducia; se gli mancava la societ e i suoi allettamenti, poteva studiare la natura, intenderla, vederla in tutti i momenti dellannata; poteva seriamente meditare fra gli alberi, che a dire di San Bernardo, sono i migliori maestri di filosofia.
E in vero, Roberto non era punto malcontento della sua vita affatto nuova.
La sera, di solito, a tempo mite, venivano a passare qualche ora alla casetta svizzera, larciprete con la sorella e i fanciulli; e allora si giuocava mentre i piccini se la godevano a loro piacere; e la serata volava.
Ma quando il vento soffiava violento dalle gole e dalle vette, o la nebbia avvolgeva la montagna, la famigliuola doveva passare nella intimit le ore della sera. Anna agucchiava, Milda imparava a cucire per vestire la bambola, e lui, il dottore, leggeva; passava riviste e giornali che gli amici gli mandavano a fasci e che egli riceveva una volta la settimana, poi che pi duna volta il postino non scendeva allufficio postale del paese della piana. Stavano tutti tre raccolti intorno alla tavola della cucina, alla luce della lampada pendente dal soffitto, al tepore del ceppo che bruciava lentamente sul focolare con domestico screpito e un allegro sprizzare di scintille su per la nera cappa del camino. In su le prime, al dottore che aveva abituati i sensi a lelegante, al raffinato, quel mangiare e passare le serate in cucina, aveva fatto un effetto strano; leffetto delle cose su gli animi deboli, che risentono potentemente dellesteriore e da esso informano affetti e pensieri. Ma ora, la puerile ripugnanza per i lucidi utensili, per il fornello pulitissimo e il focolare campagnuolo dai panconi capaci, laveva vinta; e lesempio della sorella, giovine, delicata e cos moralmente forte, lo aveva rafforzato e rimproverato con un sentimento di vergogna verso s stesso. E in cucina ci stava volentieri, perch per scaldare lo studiolo ci sarebbe voluto la stufa, che la necessaria economia non permetteva.
Quella sera di novembre, nebulosa, che le nuvole nascondevano le vette in una fascia grigia e compatta e laria giaceva immota nellumidore, Milda si era addormentata nella capace poltrona di cuoio, con la faccia supina e su le ginocchia la bambola che stava spogliando; Anna sferruzzava e Roberto leggeva, per la seconda volta, una lettera diretta alla sorella, e ricevuta quello stesso giorno. La lettera era lunga; sei pagine di carta sottile, coperte da una scritturina minuta e chiara. Era firmata Ida Flammi; diceva le cose ora briosamente, ora in modo da tradire lo stato di un animo, che vuol parere sempre lieto, quasi spensierato, ma che  invece spesso triste e abbattuto. Diceva, per esempio: La serata in casa Corinni fu brillante; una gaiezza di toelette e di sorrisi, un profumo di fiori, uno sfolgoro di luce. Si ball; ci fu musica; Lucia Paggetti esegu un pezzo difficile; un arruffio di note, suonate con perfezione meccanica, senza un lampo di luce di anima; ma questo non conta; la musica del piano  cosa dellintelligenza e della mano; il sentimento non ci deve entrare. La contessina Brenni  fidanzata; era raggiante di gioia; le amiche la attorniavano; alcune per riscaldarsi il cuore al riflesso di quel raggio di felicit; altre per destarsi dentro la speranza; altre ancora per soddisfare a basse passioncelle con censure e critiche.
Lavvocato Stalzi ha avuto un grave dolore; una ferita velenosa che lo colp nel suo schietto amor patrio; la mala fede e le brighe politiche hanno armato la mano del feritore; un creduto amico.
Io, le ore migliori le passo in casa, con le mie piccole allieve, con la mia dolce e generosa amica, loro madre. Cos raccolta, in questa famiglia di gente nobile e buona che mi vuol bene, cos occupata a istruire e educare le piccine, passo i giorni tranquilli. Vorrei stare sempre in casa, e non avere altro svago che le passeggiate ai giardini, al parco, lungo i bastioni, con le bambine. Ma lavvocato e sua moglie mi vogliono sempre con loro; si priverebbero della societ se io mi ostinassi a non accompagnarli. E per riconoscenza ed anche per cortesia, non posso rifiutarmi.
Oh mia cara Anna!... Non ci sono che i bruschi, repentini cambiamenti di fortuna per far conoscere le persone che ci stanno intorno!... Un conto  frequentare balli, serate e teatri, quando si  figlie di famiglia ricca, un altro, molto diverso,  correre ai divertimenti, in qualit di orfana, povera, e per di pi di istitutrice!... Ma quando si  orfane, povere e istitutrici, e dentro il cuore, si  agguerriti contro ostacoli e scioccherie, una buona ventata soffia dal sentimento ogni disposizione allavvilirsi, e si ride in faccia a chi guarda dallalto e crede inferiori perch si  soli al mondo, non si hanno ricchezze e si  costretti a lavorare per vivere!... E quello che faccio io; rido, e mi commuovo del confronto che mi viene spontaneo fra la meschineria e la elevatezza; e mi raccolgo nel mio mondo interiore, e accarezzo le dolci, amate immagini che vi stanno scolpite, e mi riposo nei ricordi, fra i quali ve ne sono, che mi fanno tremare in petto delle speranze dolcissime. La speranza, squisito piacere dellimmaginazione,  pure la grande consolatrice.... Essa rafforza il coraggio, addolcisce il presente; e le anime forti e buone sono ad essa riconoscenti per il riposo soave delloggi, e non si indeboliscono, non si esasperano, quando non la realt, ma la delusione la segue. Chi vorrebbe non essere stato ingannato dalla speranza?... chi vorrebbe non aver gustato la dolcezza divina di quel filtro qualche volta avvelenato?
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Amare qualche volta pi di s stessi; per esempio il dovere. Qui  il segreto di tutto ci che  grande. Saper vivere dimenticando s stessi;  questo lo scopo dogni istinto generoso.
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E grande e bella lanima che ha forza per la benevolenza e il dovere.
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e vorrei aver vicine le persone che amo per susurrare loro: Abbiate fiducia in voi stessi; accettate il posto che la provvidenza vi assegn, riposate nella stima di pochi, nellamore di un cuore solo, che indovinate amante di voi, che sapete degno di voi!
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Ti saluto, Anna, invidiandoti (brutta parola che esprime male il mio sentimento!) codesta cara, dolce solitudine e lamore della famiglia, che  quello che sostiene nelle prove, che conforta nelle pene, rianima negli scoramenti, procura le gioie vere e desiderabili. Bacia Milda per me e porgi i miei doveri al signor Roberto. E pensate tutti qualche volta allamica lontana; fate di sentire il suo spirito che vola a voi cento volte il giorno e presso voi riposa e si conforta!
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Il giovine dottore leggeva e rileggeva la chiusa di quella lettera che gli pioveva in cuore una dolcezza infinita e gli ravvivava dinanzi agli occhi, il pallido, espressivo visuccio di Ida Flammi.
Egli laveva incontrata in societ, due anni innanzi, quando ella era salutata nelle feste come una regina, e attirava con il fascino della grazia, dello spirito e sopra tutto con la ricchezza.
Laveva conosciuta; e subito, una tacita, timida simpatia gli era entrata nellanima per lei, che appariva tanto superiore alle altre fanciulle. Ricordava daver parecchie volte incontrati i suoi occhi neri e profondi, che lo guardavano con fissit; ricordava una sua stretta di mano, durante un ballo!... Ad un tratto, ella era scomparsa con suo padre, ricco industriale, del quale era figlia unica.. E dopo parecchi mesi laveva ritrovata in casa dellamico Stalzi, in qualit di istitutrice. Suo padre era morto in Inghilterra lasciandola sola e povera!...
E, in quel frattempo, a lui era successo il rovescio che lo obbligava a lesercizio della professione per s e le sorelle.
Anna aveva conosciuta Ida in casa Stalzi, e tutte e due nature elette, si erano subito comprese ed erano diventate amiche. Ma da che Ida era istitutrice, pi non aveva levato gli occhi in faccia a lui, Roberto, come aveva fatto in passato; e la manina che gli stendeva per il saluto, giaceva nella sua, inerte e fredda. L in campagna ella gli si era sempre mostrata indifferente; quasi laveva sfuggito. Prima di partire per, quel triste mattino, egli aveva sorpreso i dolci e mesti occhioni scuri, che lo guardavano lungamente dietro un velo di lagrime. E quello sguardo gli aveva rianimato in cuore la speranza svigorita.
Ora si fermava con gli occhi e con il sentimento a quelle parole benedette: E pensate tutti qualche volta a lamica lontana; fate di sentire il suo spirito che vola a voi cento volte il giorno e presso voi si riposa e conforta!
Quel tutti era specialmente rivolto a lui; in quella voi, egli si sentiva nominato, ricordato, quasi invocato!
S, che penso a te, cara! mormorava a s stesso s, che me lo sento vicino il tuo spirito!... E mi ravviva in cuore la fiducia in me stesso, come tu desideri; e mi insegna a impiegare lenergia nella benevolenza e nel dovere; ad amarlo il dovere, a vivere dimenticando me stesso, sopra tutto a sperare, riposando nei ricordi!
Anna lo guardava alla sfuggita non cessando di sferruzzare; e la serena soddisfazione che le traspariva dal volto, diceva chella leggeva nellanima del fratello, che lo capiva e divideva i suoi sentimenti.
Il cuculo usciva in quel punto dalla sua nicchia e cantava, accompagnandosi con inchini, le ore. Erano le dieci; bisognava andare a dormire.
Roberto si alz, e mentre Anna riponeva la calza e spegneva il fuoco, si fece alla finestra, che aperse.
I nuvoloni, si erano abbassati; ingombravano la valle; nebbia fitta, che toglieva la vista dintorno, isolando dal cielo, staccando da ogni cosa creata. Attraverso laria spessa, lucevano debolmente, i pochi lumi dei casolari e delle stalle sparse, come a confortare nellangosciosa solitudine; i rari muggiti, labbaiare dei cani e qualche voce umana, arrivavano fiochi, mesti, quasi paurosi.
Non vi ha nebbia che possa offuscare in cuore una immagine cara! pens Roberto e la solitudine ha questo di buono; insegna a leggero chiaramente dentro s stessi, a meglio discernere fra le persone e le cose, a meglio giudicare.
Milda si era svegliata, e con la bambola fra le braccia scivolata gi dalla poltrona, era andata anche lei presso la finestra per vedere quello che suo fratello guardava.
Che nebbia! disse pare di essere sepolti in una nuvola!...
Quellidea le mise in cuore un senso di vaga paura. And presso Anna, che si preparava a uscire dalla cucina e le susurr guardandola con gli occhi aperti e fissi:
La nebbia se ne andr e torner il sole, n vero?... Sempre dopo le cose tristi, viene il bello e lallegro!
Questa riflessione chella fece quasi parlando a s stessa, fu causa dun ammicco e dun sorriso fra Anna e Roberto.
Sempre? chiese lo sguardo di questi.
Sempre! gli rispose lo sguardo di quella.
La bufera tremenda, spaventevole, era cominciata mentre il dottor Roberto con le sorelle, larciprete con la signora Marietta e i nipotini, festeggiavano il Natale in compagnia, nella cucina della casetta svizzera.
Durante la giornata, il tempo era stato nebuloso ma calmo. Milda con i suoi amici aveva, come di solito, corsa la valle in islitta per il lungo e per il largo; e il dottore aveva fatto, senza difficolt il giro de suoi malati, camminando sicuro su la neve indurita. Un tempaccio compagno nessuno se lo aspettava.
E mangiavano allegramente al calore del ciocco che bruciava scoppiettando sul focolare e alla luce della lampada pendente dal soffitto, quando li colp e sgoment un improvviso urlo gigantesco, che pareva uscisse dal petto di un essere mostruoso; urlo tremendo, che faceva di pauroso accompagnamento a sibili lunghi e trillanti e gemiti e fischi e gridi, tutto uno spaventoso concerto di suoni, quasi lamenti, e voci di soccorso e singhiozzi e a solo raccapriccianti, che sembravano gemiti di moribondo o maledizioni o imprecazioni di spiriti incolleriti.
Malgrado le grosse e robuste muraglie, malgrado le imposte forti e salde, gli usci doppi, la bussola e il coltrone, la fiammella della lampada prese a sventolare fino a dar le traveggole, e il ciocco din sul focolare, scricchiolando, si sfece e si sparse in bragia, che i soffi impetuosi del camino scioglievano precipitosamente in cenere.
Che tempo perverso! esclam don Giuseppe.
Pur che non succedano disgrazie! mormor la signora Marietta.
Roberto si rammaric per i suoi malati, che con quel diavoleto di neve e raffiche gelate, non potevano certo migliorare.
Anna parl con un brivido, della possibilit di frane e valanghe.
Milda, Rachelina e Guido, sgranavano gli occhi pieni di timore e di interrogazioni in faccia agli altri, in ansioso bisogno di una parola di incoraggiamento, che mettesse la tranquillit nelle loro piccole anime sconvolte dalla paura.
Roberto, che da un momento tendeva lorecchio come a un suono pi distinto dagli altri, ad un tratto, scatt in piedi e chiese: Non sentite nulla voi altri?
Tutti stettero in ascolto trepidanti con il fiato mozzo; e tutti sentirono distintamente un funesto ululato, che si andava avvicinando, avvicinando sempre pi.
E un cane! fece larciprete scattando in piedi a sua volta,
Lululato era vicinissimo; lo si sentiva che pareva venire dalla stanza attigua; ogni poco, allululato succedeva un guaito pietoso, un abbaiare fioco e velato, quasi di pianto.
Anna accese prestamente un lume e stava per rischiarare la via al fratello e allarciprete, che si accingevano ad uscire, quando sentirono grattare furiosamente la porta.
Fido!... il cane delleremita! fece larciprete che aveva prontamente aperto alla povera bestia ansimante e intirizzita.
Che ?... che cosa  successo? chiese Roberto, rivolgendosi al cane, che ora abbaiava a scatti, e si aggirava inquieto intorno alla stanza, arrestandosi tutti i momenti davanti alluno o allaltro e guaiendo il suo bisogno di soccorso, la smania di essere capito, seguito. Voleva essere seguito dal dottore e dallarciprete; lo si comprendeva a la sua mimica disperata, al suo lambire le mani a uno e ad afferrare con la bocca i pantaloni dellaltro e strascinarlo alla volta delluscio.
Anna porse tosto alla bestia una scodella di latte tiepido che egli lamb appena, non smettendo di guaire, di tentare ogni maniera per essere compreso.
Deve essere successa una disgrazia l su! osserv Roberto mentre si buttava sulle spalle la pelliccia.
Bisogna andare subito! disse don Giuseppe, infagottandosi nel mantello.
Voi due soli? gemette la signora Marietta, intorno alla quale i tre fanciulli si erano paurosamente aggruppati.
Se vi pare opportuno vengo anchio! si offerse arditamente Anna.
Ma la sua generosa offerta fu respinta. Una donna, anche coraggiosissima, in un momento compagno non poteva essere che dimpaccio. Bisognava andar soli; il cane avrebbe fatto da guida. Presero la lanterna apprestata da Anna, salutarono le sorelle con parole di conforto e uscirono preceduti dal cane, che smetteva di tratto in tratto di ululare per abbaiare festosamente.
Madonna! proteggeteli! preg la sorella dellarciprete giungendo le mani in alto.
Milda, Guido e Rachelina, di mutuo accordo si buttarono ginocchioni in un angolo e presero a susurrare le loro preghiere, fra i singhiozzi.
Ritta dinanzi ai vetri della finestra, Anna seguiva degli occhi la debole luce della lanterna che ora appariva ed ora scompariva innalzandosi su per il sentiero della montagna di fronte.
Dalle gole tenebrose la bufera continuava a vomitare la sua ira abburrattando la neve serrata e diaccia nello spazio e contro la casa.
I piccini avevano alzate le voci e dicevano forte le loro suppliche per i cari usciti sotto la furia del tempo. La signora Marietta invocava la protezione di tutti i santi del Paradiso.
Anna si scost ad un tratto bruscamente dalla finestra, e mettendosi lindice attraverso le labbra, ordin il silenzio.
Non sentivano?... Non era il suono lontano duna campana quello?... un suono metallico che stringeva il cuore dangoscia e di paura?
La campana delleremita! disse Milda alzandosi, tutta pallida.
La campana di soccorso! fece Guido!
Oh Madonna! mormor Rachelina serrandosi le mani sul petto.
La signora Marietta si lasci andare a sedere nella poltrona, accasciata da sgomento.
Anna si aggirava inquieta e agitata per la stanza. Si rimproverava di non aver seguito il fratello e don Giuseppe. Se non fosse stato per Milda, per la signora Marietta e i suoi bambini, sentiva che avrebbe avuto il coraggio di uscire da sola, di correre a raggiungerli. Forse l su cera bisogno della mano, della intelligenza amorosa duna donna; forse lei era invocata in quel momento da Roberto, forse egli si desiderava vicino la sorella coraggiosa ed energica!
La campana spandeva per laria turbata e sconvolta dalla bufera e dalla neve, i suoi suoni tristi, che dicevano disgrazie tremende, misteriose, raccapriccianti.
Oh lincertezza orribile!... Oh doversene stare con la smania dentro lanima, oziosamente, dolorosamente inutili!...
Il cuculo usc a cantare dodici tocchi; lora commovente e cara della notte del Natale!
...
Non si poteva parlare di tornare a casa quella notte indiavolata. Anna volle persuadere la signora Marietta a andar su nella cameretta dei forestieri e adattarsi per quelle poche ore prima del giorno a dormire nel lettone con i figliuoli. Ma non riusc a persuadere la buona, spaurita signora, che le sarebbe sembrato un egoismo crudele quello di coricarsi e dormire comodamente mentre il fratello correva forse incontro a pericoli dogni maniera. E si ostin a vegliare l accasciata nellampia poltrona. N pure i fanciulli vollero coricarsi; e per un poco stettero a guardarsi smarriti, con gli occhi lustri e il mento convulso; ma poi uno da una parte, le altre da unaltra si adagiarono sopra i panconi del camino e presi da sonno pesante, dormirono sodamente.
La signora Marietta fin anche lei per addormentarsi, con la testa poggiata sul dorsale della poltrona, la faccia supina, le braccia penzoloni, in un atteggiamento dabbandono.
Anna sola vegliava; n il sonno le appesantiva le palpebre. Ella pensava con angoscia al fratello e a don Giuseppe; pensava allimprovviso apparire del cane delleremita, che se era sceso di l su, se si era staccato dal padrone, voleva dire che cera un motivo grave; pensava a la campana di soccorso, che non avrebbero suonato per poco con quel tempo pericoloso!...
Ci deve essere stato qualche cosa di grave! pensava. E ancora si rimproverava di non aver seguito il fratello e il prete, e almanaccava su quanto poteva essere accaduto; e con la mente eccitata, si figurava guai e disgrazie tali da averne la pelle accapponata e il cuore in una strettoia.
Sola, sveglia davanti al focolare su cui languivano lo schegge di pino, era ad ogni poco, presa da inquietudini dolorose, che lobbligavano ad alzarsi, a passare nelle stanze attigue; a muoversi in angosciosa impazienza di sapere.
Come apparvero attraverso i vetri i primi bagliori, la bufera, che da un poco si andava calmando, cess del tutto; il vento non mugghiava pi; la neve aveva smesso il suo tempestare furibondo di minutissimi cristalli ghiacciati, che si caccia da per tutto; gelido pulviscolo che finestre n porte riescono a respingere e si aggira nelle stanze fino a stupire.
Anna respir; quel bagliore, quel calmarsi del tempo le mettevano nel sangue un po di tregua. Si cominciava a vederci; presto si sarebbe potuti uscire, interrogare, informarsi, sapere qualche cosa. Ecco; il cielo era sempre coperto; si sarebbe detto sospeso a pochi metri sopra la vallata; era come una nebbia serrata, che avvolgeva i fianchi delle montagne, tagliandone fuori le cime, livellandole. Non era pi la burrasca paurosa che fa martellare il cuore in petto ai pi coraggiosi; era una sorte di bufera stagnante; una minaccia muta e fredda. Per laria umida e spessa, si andava filtrando la luce smorta delle prime ore del mattino e i rintocchi dellAve Maria, si diffondevano stanchi e senza vibrazioni, dalle sparse chiesuole.
Ci si vedeva finalmente; si poteva andar fuori. Si avvolse nella pelliccia, chiuse la testa in un cappuccio pesante, e tocc leggermente la signora Marietta per una spalla. Quella si dest di soprassalto e guard Anna spaurita.
Esco per informarmi disse la fanciulla se mai tardassi a rientrare, non stia in pena, e abbia la bont di badare a Milda!
Non le lasci il tempo di raccapezzarsi nel dormiveglia, e usc impaziente e frettolosa.
Non cera anima viva nella vallata; per tutto un silenzio morto.
Anna si pose arditamente per il sentiero che menava alla catapecchia delleremita, e su, affondando i piedi nella neve, ritraendoli a stento; ogni passo una fatica; su, in mezzo al bianco abbagliante, che nascondeva i punti pericolosi, che celava le siepi; su, su. Adesso si trovava proprio in mezzo alla nebbia; la sentiva con il tatto, con lolfato, il gusto, ludito; la vista vi si riposava in una luce fievole e diffusa. Tirava via orizzontandosi alla meglio, non badando al freddo che le entrava nelle ossa, ai grossi brividi di febbre che la scuotevano tutta. Non aveva che un sentimento: arrivare; non aveva che un desiderio: vedere che cosa era successo; essere utile. Ad un tratto la prese la smania di lasciarsi andare su la neve e di riposare; cadde in preda ad uno smarrimento strano, che le assopiva la coscienza di s e delle cose. Camminava come in sogno; nel cervello le si arruffavano le idee. Non poteva staccare gli occhi da una specie di nicchia scavata in una siepe di pugnitopo che sbucava qua e l fra la nave, lieto di bacche rosseggianti. Come spiccavano allegre quelle bacche!... Come si doveva star bene in quella nicchia, sopra la neve soffice!... Si sentiva potentemente attratta al riposo; voleva assolutamente adagiarsi l; ormai lo smarrimento simile a quello del sonno a lungo sospirato, si era impadronito di tutto il suo essere; la vinceva. Gi piegava le gambe per adagiarsi; un lieve pigolare pietoso la scosse, guizzandole nellanima intorpidita un lampo denergia. L, posato su un ramo del pugnitopo, un fringuello della neve, a lei vicinissimo, che avrebbe potuto prenderlo allungando la mano, la filava con gli occhietti vivaci e pigolava agitandosi inquieto su le gambucce.
Scuotiti!...  il sonno gelido che ti prende!...  la morte!... Scuotiti! vai avanti!... non arrestarti!
Chi mai susurrava nellaria queste parole, che ella sentiva spiccate e che la spaurirono, ridandole volont e energia?...
Era forse il gentile, pietoso fringuello della neve, che ritornandole la coscienza di s, la avvertiva del pericolo imminente?...
La catapecchia delleremita non doveva essere lontana. Pochi passi ancora e sarebbe arrivata. Su, coraggio!... Era vile quel lasciarsi spadroneggiare, quel lasciarsi vincere!... Su; un imperioso potere su s stessa e le gambe si dovevano muovere e lo smarrimento strano doveva lasciarla. Mosse un piede, poi laltro, si scosse agitando le braccia, mordendosi le labbra fino a sangue, per distrarsi nel dolore fisico.
Il fringuello trill pigolando una nota giuliva e spicc il volo.
Ormai Anna camminava; aveva vinto!... Il sangue torn a scorrerle nelle vene, le torn in cuore il desiderio imperioso di raggiungere il fratello, di recare il suo soccorso se fosse abbisognato.
Un abbaiare festoso fin di rimetterla in piena coscienza di s e delle cose. Fido le correva incontro scodinzolando; la catapecchia delleremita spiccava con le muraglie scure sotto la neve del tetto e del suolo; sent distinta la voce di Roberto, e con un ultimo sforzo corse ed entr.
Roberto, in vederla, trasal di sorpresa. Don Giuseppe le baci le mani con rispetto e devozione, e leremita vedendola vacillare, la port di peso a poca distanza dal focolare avvampante; la fece sedere, la obblig a bere alcune gocce di un liquido spiritoso. Ella si rimise tosto e si guard in tondo incuriosita.
Vide Roberto chino sopra un giaciglio improvvisato in un angolo; si alz, gli si fece presso. Adagiato sopra il giaciglio era un giovine uomo, dai capelli e la barba biondi; non dava segno di vita; aveva il volto livido.
Morto? chiese al fratello con il fiato mozzo.
No!... ma in condizioni gravi! le rispose Roberto.
In quel punto il giovine batt le palpebre e semi-aperse gli occhi che subito rinchiuse; poi li aperse grandi sbarrati, e levandosi a sedere stette con lo sguardo fiso, pieno di spavento.
Coraggio! gli susurr don Giuseppe.
Ah! gemette il malato. La tormenta!... il sonno!... la morte!...
E si lasci andare pesantemente supino sopra il giaciglio.
Il sonno gelido! pens Anna, ricordando il pericolo da lei stessa corso poco prima.
Sedette presso il malato, ormai strappato alla morte. Ella si sarebbe riposata l; dal camino veniva il calore del fuoco ben alimentato; le era passato il senso di spossatezza; poteva prestare il suo aiuto.
Roberto e don Giuseppe potevano ritirarsi nella cameretta delleremita e riposare dopo la notte vegliata. Andassero; al malato voleva badar lei; le bastava la compagnia delleremita, che seduto sullo scalino del focolare, stava attento alla pentola ove bollivano gorgogliando, i fagioli per la zuppa che preparava agli ospiti. Per lammalato era pronta una ciotola di latte.
Ma il malato dormiva. Un sonno calmo e riparatore. Anna guardava al giacente con un senso di piet. Giovane, robusto, bello, egli usciva dal pericolo di morte per miracolo. Guai se non ci fosse stato Fido!... guai se il soccorso non fosse stato pronto!... Perch mai si era egli avventurato solo e forse inesperto sulle cime pericolose?... Non aveva una famiglia?... una sposa?... una madre?... Apparteneva egli forse al numero dei temerari che cedono al fascino del bello austero e solenne delle alture?... che alla smania delle emozioni violenti sacrificano gli affetti pi intensi e doverosi?...
Per certo non doveva essere stata la necessit che laveva spinto l su!... Il suo vestito di panno finissimo e morbido, i calzari eleganti nella robustezza e nella forma opportuna alle escursioni alpine, il cappotto di costosa pelliccia, la carnagione bianca, le mani aristocratiche e sopra tutto lanello dal prezioso brillante che gli adornava lanulare della mano sinistra, tutto diceva di lui, che doveva essere un gentiluomo, quindi uno sportman, e per conseguenza un imprudente.
Forse a casa laspettano! pens Forse sono in angustia e tremano al ritardato arrivo!
In quel punto il malato sussult; aperse le labbra, chiam: Motter! motter!... poi si riassop con un profondo sospiro.
Anna giunse le mani con un senso di riconoscenza verso Dio, che aveva risparmiato a una madre lo strazio della crudele perdita del figlio e tacitamente preg.
Nella stanza vicina Roberto e don Giuseppe riposavano dopo la notte insonne e agitata.
Fido, accucciato davanti al focolare, dormiva e leremita rimestava i fagioli che bollivano gorgogliando nella capace pentola.
Le campane delle chiese disseminate nella vallata e su per i pendii, suonarono lAve Maria, invitando i credenti alla fede consolatrice.
Che gennaio splendido!... Il sole si infrange su i ghiacciai delle valli, tinge di roseo le vette candide, strappa riflessi strani dalle nevate. Sul cielo smagliante di sereno, neppure una nuvoletta vagante; il giorno  uno sfolgoro di luce doro, la notte uno scintillo di stelle.
Sopra la neve indurita scivolano le slitte. La domenica  una festa di tutti nella vallata. La giovent  fuori a scivolare sopra slitte improvvisate; magari quattro assi messe insieme con pochi chiodi; magari alcune fascine legate una contro laltra. E sono grida di gioia che vanno al cielo, e sono scambi di occhiate e susurri di paroline espressive. Bella e gagliarda giovent, che scappa volentieri dalla stalla afosa per sentirsi schiaffare in faccia laria gelata della montagna coperta di neve; bella giovent energica e lavoratrice, che nel d della festa, si concede il diletto di uno svago allaperto, di un piacere sano, di un lieto ritrovo, che favorisce le nascenti simpatie e rafforza le antiche.
Milda, Guido e Rachelina, nel loro mantello foderato di vello di pecora, che li fa parere tre piccoli Esquimesi, dice il dottore Roberto, per correre in islitta non hanno i compagni; vanno che volano, laria brusca arrossa la loro pelle e strappa le lagrime ai loro occhi; ma ci non conta nulla; fanno pi volte il giro della vallata, gareggiano con le altre slitte; e sono applausi e risate a non pi finirne.
Milda dice e ripete che anche durante linverno si sta meglio in montagna che in citt. Roberto trova, che un medico non ha tempo di sbizzarrirsi facendo confronti e rammaricandosi; malati non ne mancano in un paese, formato da tante frazioni sparse; e a fare il proprio dovere, le giornate passano veloci e spesso la sera uno si ritrova a pensare, che  meglio desiderare il riposo dopo fatiche accumulate compiendo una pietosa missione, che non per stanchezza riportata da veglie oziose, da divertimenti egoistici. Anna ha tutta lanima compresa del suo ufficio di massaia, di maestra della sorellina, di amica gentile e premurosa e in fine di suora della carit.
E questo il nome che le ha dato leremita e che le rimane. Le rimane il nome perch non  finita la sua opera pietosa e santa. Il malato di l su, nella catapecchia delleremita, il poveretto sfuggito per miracolo alla morte gelida, ora lhanno trasportato in casa del Curato, poi che dopo due settimane, Anna e Roberto hanno sentito il bisogno e il dovere di tornare gi, ove non privano per certo della loro assistenza il malato. Poi che il poveretto  tuttora infermo, n se la caver tanto presto.
Un malaccio ostinato, che s proprio andato a cercare con il lanternino! dice il Curato scuotendo la testa; lui, che certe smanie alpinistiche non le capisce n compatisce; e dice e ripete che non  da gente assennata quel mettere in pericolo la vita per la curiosit di vedere una nevata o un ghiacciaio, per la temerarit di affrontare la montagna pericolosa in pieno inverno. Lo dice e lo ripete a lui, il malato, che lascolta sorridendo; lo dice e lo ripete a sua madre, che, avvertita, accorse subito sgomenta e addolorata a mettersi al letto dellunico figliuolo. Oh quella buona, quellottima donna, straniera, vedova, che non ha al mondo altri che il suo Riccardo!... Era a Milano da pochi mesi; era venuta in Italia per aderire al desiderio del figlio; quando a questi prese la pazza idea di avventurarsi solo con quei strizzoni di freddo, con quella minaccia continua di neve, su le alte cime.
Guai a lui se il cane delleremita non lo scovava!...
Adesso, madre e figlio erano alloggiati in casa del Curato, che aveva loro ceduto un quartierino modesto al primo piano. Non vivevano insieme, perch la signora Clara, sera condotti seco la cameriera e un vecchio servitore; ma passavano uniti la maggior parte del giorno e quasi sempre la sera; specialmente quando venivano Roberto e le sorelle. Si riunivano tutti su, nel salottino della signora Clara e l si giuocava alle carte e si prendeva il the.
Riccardo, sdraiato nella poltrona, sempre molestato da fitte dolorose alle articolazioni e spesso dalla tosse, debolissimo, che ogni movimento gli costava fatica, non si lagnava mai; anzi, quando si vedeva circondato dai suoi nuovi amici, si rasserenava e pareva quasi dimentico del suo stato, quasi contento.
Poor boy! poor darling! sospirava qualche volta sua madre, guardandolo con tenerezza piena di apprensioni. E diceva nel suo stentato italiano, le angustie che le era sempre costato quel suo caro, lunico figlio sopravvissuto a quattro che le erano nati; diceva, semplicemente, i sacrifici per lui fatti; il quasi continuo mutar di paese, il distacco dogni abitudine, dai parenti, dagli amici, dai luoghi natii. Aveva fatto tutto volentieri; era pronta a nuove abnegazioni, magari ai capricci del suo unico figlio, quando egli avesse voluto, quando fosse stato necessario.
Pur che guarisca! concludeva.
Spesso guardando il dottore, gli chiedeva a bruciapelo: Guarir?
Il dottore sperava; tutti speravano; Riccardo era giovane; non gli mancavano n assistenza n cure; bisognava fidare nella giovinezza e sperare!
Le serate volavano nel salottino della signora Clara. Scoccavano le undici che nessuno se le aspettava; Riccardo meno degli altri, perch trovava riposo e conforto nella conversazione di tutti e specialmente di Anna, che gli sedeva presso con il suo lavoro, e sferruzzando o agucchiando, lo intratteneva. Oh, la gentile suora di carit, non si era certo dimessa dal suo pietoso ufficio!... Quando era l, era lei che gli apprestava le bevande calde, che gli porgeva i calmanti quando lo affliggevano le fitte e i colpi di tosse!... era lei che gli accomodava i guanciali dietro la vita e lo aiutava a cambiare di posizione quando lo desiderava. E tutta intenta nelle sue cure pietose, non vedeva gli occhi grandi, turchini e cerchiati di lividore, che la seguivano con tenerezza melanconica e spesso si velavano di pianto improvviso; non avvertiva il leggiero tremito di quella voce fioca quando la ringraziava. Ella non si accorgeva di esercitare un fascino soave sullanima del malato, con la sua piet e la generosit schietta che dava alla sua figura intelligente e dolce tanta attrattiva!... Era sempre lui che intavolava i discorsi; e lo faceva per il diletto di sentirla manifestare i suoi sentimenti, spiegare i tesori della sua mente elevata e colta. Spesso la stava ad ascoltare ad occhi chiusi, come cullato da musica cara.
Poor boy! poor darling! diceva la signora Clara. E una volta baciando in fronte Anna, la ringrazi per quanto faceva per il suo figliuolo; per il conforto che gli recava.
You are a good girl! soggiungeva you are a lovingly one! mormorava in un susurro che finiva in un sospiro.
Riccarda si animava quando diceva della sua smania per le vette; smania che non gli era sbollita dallanimo nemmanco dopo il pericolo corso. Egli adorava le montagne; le aveva sempre adorate, fino da bimbo, quando si cacciava a capo fitto nelle letture di salite e ascensioni famose. Oh godere la superba veduta delle cime somme!... vedere il sole in sul tramonto mettere sulle ghiacciaie dei colori dolcissimi di rosa, dei riflessi azzurri!... Sentire il suono svariato dei torrentelli rabbiosi uscenti dalle morene di piccoli ghiacciai, rumoreggianti fra le gole profonde e dirupate!... Nei d nebulosi vedere il cielo abbassarsi fino ad esserne toccati! assistere da un capanno a una battaglia di neve cristallina, a una pioggia di larghe falde silenziose che fioccano a perpendicolo!...
Su, su le alture, uno si sente pi vicino a Dio! finiva spesso con la voce stanca.
E vero! uno si sente pi vicino a Dio! concludeva Anna.
Che dolci serate erano quelle!... Finivano sempre prima delle undici. Il Curato con la sorella, Gino e Rachelina, non avevano che da attraversare un corridoio per tornare a casa. Roberto, Anna e Milda dovevano attraversare parte della vallata. Ma erano luoghi sicuri quelli; bastava una lanterna che rischiarasse nelle notti buie; non cera bisogno di nulla quando in cielo lucevano le stelle e diffondevano il loro pallido bagliore.
Anna! Anna!... viene il postino! disse Milda entrando di corsa in cucina.
Larrivo del postino, in quella stagione, era sempre un avvenimento. Non sempre il bravo uomo, che abitava gi alla piana, nel paese ove era lufficio postale, poteva avventurarsi a salire fino l su. E quando nevicava od era nevicato, molto spesso accadeva che non si lasciasse vedere per delle settimane. Giusto come allora, che mancava da quindici giorni e nella vallata si viveva davvero staccati dal mondo dove poteva succedere il diavoleto senza che nessuno l su ne avesse notizia. In questi casi, il postino veniva accolto con festa dalla piccola colonia di esiliati per necessit delle cose, e veniva considerato quasi provvidenziale anello di congiunzione con gli amici, i parenti e le antiche abitudini.
Anna, che stava scrivendo al suo piccolo scrittoio messo nello sguancio della finestra, alla notizia data chiassosamente dalla sorellina dellarrivo del postino, balz da sedere, e corse sulla porta.
Il postino, imbaccuccato nel suo ampio mantello, veniva in fatti, spaccando il passo su la neve indurita. Veniva alla volta della casetta svizzera e calmava limpazienza della giovine, agitando in aria un pacco di roba.
Fu accolto con un sorriso. Dovette sedere, riposarsi davanti al fuoco; dovette mangiare un boccone e bere un bicchiere di vin bianco. Recava varie lettere e un fascio di giornali. Anna era felice per s stessa e pi ancora per Roberto, che al ritorno, avrebbe avuto la grata sorpresa di tutta quella roba. Fra le lettere ce nera una per lei; era di Ida Flammi; doveva essere lunga; pesava.
Come il postino si fu rifocillato e part, Anna dissuggell la lettera con desiderio impaziente. Era lunga davvero; due, quattro, sei foglietti sottili sottili, coperti duna scritturina minutissima.
E la signorina Ida che scrive? chiese Milda.
Volle sapere come stessero Emma e Giorgio e se cerano i saluti per lei. E poi soddisfatta, torn fuori a correre con Gino e Rachelina, che laspettavano.
Rimasta sola, Anna sedette e prese a leggere con interesse e tenerezza. Ma leggendo, la sua faccia serena si rabbrusc, e usc ad esclamare con il pianto in gola: Oh poveri amici! oh povera Ida!
La lettera non era in fatti punto allegra. Le notizie che recava non erano per nulla consolanti.
Lavvocato Stalzi era stato colpito da nemici potenti non solo nella sua fama duomo giusto, ma anche nella professione cui la famiglia doveva lagiatezza. E ormai lasciato da parte dai molti che poco tempo prima lo stimavano e accorrevano al suo studio, si vedeva costretto a cambiare citt. Aveva deciso di recarsi in una cittaduzza di provincia, ove gli promettevano lavoro sicuro e dignitoso. Ed ella, la povera, cara Ida?... Ella non voleva assolutamente essere daggravio agli amici suoi, e malgrado le loro insistenze, le loro preghiere, sera decisa di entrare come maestra in un collegio, ove veniva accolta a braccia aperte per la ragione che si accontentava di un tenuissimo compenso.
La lettera di Ida diceva fra le altre cose:
Cos domani andr a rinchiudermi in collegio, mia cara Anna. E tu pensando a me, mi devi vedere passeggiare lungo i corridoi con le mie allieve, che forse si rideranno della mia assoluta mancanza dautorit e per certo anche della mia ignoranza come insegnante. Poi che, un conto  insegnare a due bambini senza lo spauracchio di programmi e la soggezione della dipendenza, un altro  insegnare in una scuola, a venti e pi ragazze, e dover seguire fedelmente una via gi rigorosamente tracciata e dover rispondere dogni cognizione impartita, quasi dogni parola pronunciata. Mi aspettano imbarazzi, titubanze e sorprese e per certo amarezze a non finirne. Ma che cosa conta?... Affronter tutto con animo sereno, poi che devessere cos, e perch cos facendo salvo la mia dignit. Chi avrebbe detto solamente due anni fa che io... basta, e cambiamo discorso che di me ho detto anche troppo.
Il tuo malato come sta?... Mi interessano assai lui e sua madre; devono essere due buone creature!... E cos la compagnia non manca alla Faggeta. Vi invidio le care ore di intimit, il conversare gentile, la dolcezza di trovarvi fra amici.
Ieri sono stata nella chiesuola fuori porta, che tu sai; quella chiesuola piccola, modesta, che piaceva anche a te. Lo ricordi quel quadro della cappella di destra, con quella bellissima Madonna dalla faccia mesta, che alza gli occhi e le mani in alto, in mezzo alle ricciute testine dangioli che le fanno corona intorno?... Quel dipinto a me pare bellissimo; quella scena aerea dangioletti volanti in quello splendore che circonda la nube e si accentua intorno alla testa della Vergine, non so perch, mi intenerisce e solleva il mio pensiero e il mio sentimento. Se in collegio me ne accorderanno il permesso, voglio copiarlo quel quadro; e se mi riesce lo mander a te. Cos i nostri occhi e il nostro sentimento si incontreranno sullo stesso dipinto; cos forse le nostre anime suniranno nella preghiera. Veh! senza accorgermene, faccio della poesia. Sarebbe invece meglio che facessi il baule per essere pronta domattina. Mi chiedi se mi spiace di lasciare la famiglia di questi miei ottimi amici?... Ne sono addolorata; ma, come si fa?...
Salutami codeste belle montagne; belle sempre; anche quando le nevate le rendono inaccessibili e pericolose; e scrivimi in collegio, che mi possa sentire vicini la voce e il cuore delle poche, oh! pochissime persone, che ancora mi vogliono un poco di bene. E tu, mia cara e buona, bada di non abbandonarti troppo alla pietosa missione di infermiera; a mettere troppo sentimento anche nelle cose nobili e ottime, si corre sempre qualche rischio, sai!... Allerta, Anna; la compassione spesso giuoca dei brutti tiri ai cuori generosi!
Anna, a questo punto della lettera si ferm, sorpresa di sentirsi scottare il volto da una improvvisa vampata. Sorrise scuotendo il capo e disse a mezza voce: Che cosa avr voluto dire quella pazzerella di Ida?
Quello che Ida voleva dire, glielo ripet dentro in quel momento una voce flebile e soave.
Ella sorrise ancora e fece per tirar via a leggere la lettera. Ma in quel momento entr Roberto ed ella gli and subito incontro mostrandogli i foglietti di carta sottile coperti della nota, minuta scritturina. Sono sei! disse in aria allegra. Ma ci sono delle brutte novit! soggiunse, rabbruscandosi tosto.
E raccont dei dispiaceri della famiglia Stalzi e della decisione di Ida Flammi.
Ida in un collegio? fece il giovine dottore con accento di dolorosa sorpresa. In un collegio, lei?
Anna fu colpita dalla subita alterazione del volto e della voce del fratello e gli porse la lettera perch leggesse lui stesso.
Roberto and a leggere la lettera davanti al suo tavolino da lavoro, messo di sghembo nello sguancio di una finestra. Sua sorella not che i fogli gli tremavano un poco nelle mani mentre percorreva attentamente le pagine dalla scritturina minuta e fitta e si guard dal volgergli la parola, rispettando il suo assorbimento nella lettura.
Ma pure lavorando intorno alla biancheria del bucato, ella segu degli occhi il fratello, che dopo aver scorsa la lettera da capo a fondo, la sfogli e ne rilesse attentamente alcune parti.
Che cosa lo interesser tanto? si chiese la fanciulla, che se avesse potuto vedere, si sarebbe col fratello, fermata alla pagina che diceva:
Non ti accorare, mia buona Anna, seguendomi nella via del lavoro, che  ora diventato necessario e doveroso per me. Non pare a te, che il lavoro sia un dovere imposto dalla giustizia e una vera scuola damore e di bont?... Chi lavora con coscienza illuminata, non pu a meno di pensare, che con lopera sua, sia pure umilissima, contribuisce al benessere dei propri simili; e questa idea generosa, mentre fa sopportare serenamente la fatica, educa davvero in cuore lamore e la bont. I benefici del lavoro sono innumerevoli; esso occupa e interessa il cuore e la mente allontanando luno e laltra dallozio e dal piacere; d seriet alla vita; abitua a sentimenti puri e austeri; fortifica il carattere; procura allanima una tranquilla serenit. Chi lavora rifugge dalle volgarit nei rapporti sociali; non ha il misero gusto di immischiarsi dei fatti altrui; di sparlare delluno e dellaltra, di giudicare audacemente e stoltamente opere e uomini, di fare dello spirito vano e spesso sarcastico e velenoso, di spettegolare immiserendo s stessi in faccia alla propria coscienza e dimenticando la stima dei buoni. Chi lavora ha la coscienza soddisfatta; e lintima soddisfazione rende calmi, sorridenti, buoni con tutti. Il lavoro insomma,  un caro e generoso compagno della vita, che ci invita a perdurare nella tranquillit, non permette che i fumi della vanit ci salgano al cervello ottenebrandolo, offre riposo nei momenti di inevitabile lotta, conforta nei dolori, fa dimenticare nelle pungenti delusioni.
Povera fanciulla! disse forte Roberto, passando a unaltra pagina. Povera fanciulla!... canta le lodi del lavoro per farsi coraggio ad affrontarlo!
Non sempre il lavoro  piacevole! gli rispose Anna senza smettere di lavorare. E io credo, sia spesso duro quando non  volontario, quando non  di propria scelta ed  imposto come obbligo!
Roberto, si ferm a unaltra pagina, e questa volta lesse ad alta voce:
Te beata, Anna, che vivi in mezzo alle bellezze naturali, in codesta vallata delle nostre Prealpi; vallata, maestosa e per me piena di ricordi!... Il sentimento della bellezza, e tu lhai in cuore ben saldo, procura riposo e conforta. La simpatia fra il nostro intimo e le cose belle,  un caro legame, che fa guardare al passato senza acrimonia, addolcisce il rimpianto, rafforza in cuore la speranza.
Ed ora invoca la bellezza per consolarsi! esclam il giovine. E riprese a leggere:
La bellezza per non si trova solo nellimmensit e nel grandioso; essa si raccoglie spesso in un piccolo angolo, in una insenatura di montagna, magari in un modesto giardino; come questo, per esempio, annesso allappartamento dei miei amici Stalzi. Basta sentirla la bellezza; basta che fra essa e il nostro mondo interiore, venga stabilita una corrente di simpatia. Una tale corrente di simpatia si  stabilita, per esempio, fra me e il giardinetto dei miei cari ospiti. Io amo le piante e i fiori che mi offrono ombria, profumi e tinte svariate; ed ho limpressione, che piante e fiori mi amino e mi regalino pace e serenit.
Il mattino, appena svegliata, mi affaccio alla finestra per dare il buon giorno al vecchio piantone dal tronco rugoso; che stende le rame sempre verdi sopra un cespuglio, che, in questa stagione, aggroviglia le rame spoglie, come bisce in letargo. Ed ho limpressione, che la pianta risponda al mio saluto; e, durante lestate, e la primavera, mi pare, che piante e fiori, mi mandino, in un sommesso coro di fruscii e di profumi, un lieto augurio per la giornata.
Ricordo, a proposito di bellezza, il giardino, il bosco, lortaglia della mia antica villa, quando ancora vivevano i miei cari ed io, della vita, non conosceva che il bello e il buono. Ogni mattino scendevo dalla mia cameretta per la solita passeggiatina; sorridevo alliride che sfoggiava il suo vivace colore fra le spade acute, alle felci filiformi carborescenti, le sassifraghe, le orchidee, le eleganti cupilveneri, i ciclamini, i nespoli del Giappone, le macchie di rupe sabine, di ortensie, di magnolie, di rose tee. Da quella bellezza, dir, umile, poich dalla stretta valle chiusa intorno dai verdi e scagliosi fianchi delle montagne, dove si trovava la villa dei miei cari, non si godeva certe grandiosit di vista, veniva a me un senso cos puro, cos dolce di intima simpatia, da innalzare il mio sentimento a Lui, che d il potere di riposare nella bellezza delle cose, in armonia con la bellezza intima concessa a tutte le anime umane, che la vogliano e sappiano accogliere.
Povera fanciulla! disse Roberto piegando i fogli e chiudendo la lettera. Cerca di adattarsi in ogni maniera, alla sua condizione!... In fondo, io la credo poco rassegnata e semplice.
Anna, sempre intenta a rammendare ed a attaccare bottoni, dove mancavano, non rispose al fratello, ma in fine si trov daccordo con lui. No; Ida non doveva essere rassegnata e molto meno felice!
Se la figur in collegio, maestra, dipendente dal volere e forse dalla prepotenza di una direttrice, esposta ai capricci ed agli umori delle allieve, esposta forse anche alla invidia delle colleghe.
Se la figur, lei cos finamente elegante e dai gusti raffinati, infagottata in vestiti voluti dal collegio, costretta a dormire in una povera cameretta disadorna, a prendere parte a conversazioni sbiadite, meschine, forse anche pettegole!... Ed al fratello, che rendeva la lettera, disse:
Povera Ida! mi fa tanta pena pensarla cos abbandonata e sacrificata!
Povera signorina! mormor Roberto in un soffio.
E lungo la via da casa sua alla parrocchiale pens con uno stringimento di cuore alla bella, elegante, genialmente colta fanciulla che egli aveva la prima volta incontrata in societ, che tutti ammiravano e della quale si diceva, che era assai ricca e destinata a brillante avvenire.
Gli usc dal petto un sospiro profondo, mentre in cuore un desiderio intenso e una grande speranza, gli si agitavano come una febbre dolorosa.
Riccardo era guarito; le assidue cure e pi di tutto la giovinezza avevano trionfato. Era guarito; si reggeva ritto su lalta persona; pi non sentiva dolori; non era pi obbligato a reclusioni. Usciva ogni giorno. Facevano tutti insieme delle brevi passeggiate, in mezzo alla neve di una immensa bianchezza immobile, che il sole folgorava dei suoi raggi. Camminavano uno vicino agli altri nel dolce albore bianco, roseo e azzurrino che dalla terra si diffondeva per laria. Riccardo stretto nella pelliccia, con robusti stivali ai piedi, si commuoveva allo spettacolo sempre nuovo della montagna candida, deserta, silenziosa. Si arrestava ad ammirare le vette che disegnavano raggianti il loro profilo sul cielo che pareva chinarsi in una gloriosa volutt di bacio. Oh come egli amava la montagna!... Come ne sentiva il fascino potente, quasi sopra-naturale!... Su la neve dura, che scricchiolava di sotto i passi, si internavano per le gole, ove erano, e pareva impossibile, viluppi di catapecchie, villaggetti aggrappati a sporgenze rocciose, chiesuole valligiane; tutto schiacciato sotto la neve dei tetti, perduto in mezzo la bianchezza morta, quasi tane da pigmei, quasi tuguri di gente esiliata dalla societ, dal mondo incivilito.
La madre di Riccardo, diceva forte i suoi pensieri; come mai si poteva vivere in luoghi compagni, quasi sepolti nella neve?... Ah che esistenza doveva essere quella!... E pure vivevano; anzi vivevano tranquillamente, quasi allegramente, fra di loro; poche famiglie vincolate da parentela, da vecchia amicizia, dallabitudine; vivevano con le loro bestie chiuse nelle stalle, che ad esse offrivano un tiepido asilo, un luogo di ritrovo durante le lunghe serate.
Don Giuseppe diceva della vita di quella povera gente. Lavoravano lestate per vivere il verno; degli uomini, parecchi portavano, ai primi freddi, il gruzzolo raggranellato lavorando foravia; e l, tappati, raccolti, passavano la stagione del gelo tutti insieme, badando alle bestie, scendendo di rado alla piana, in islitta per le provvigioni di prima necessit. E quando le valanghe non minacciavano il loro angolo di vallata o le rupi che difendevano i tuguri, tiravano via i giorni tranquilli, stretti nel loro piccolo mondo, quasi dimentichi dal gran resto della terra immensa e ricca.
Vivere in luogo che piace; aversi in torno gli affetti, che desidera il cuore, davanti agli occhi ci che meglio parla allanima e lanima meglio comprende, che cosa si pu desiderare di pi? esclam un giorno Riccardo.
Che cosa si pu desiderare in fatti di pi?... gli rispose Roberto.
Cos dicendo il giovine inglese aveva accarezzato dello sguardo Anna, e Roberto era corso con il pensiero in un collegio lontano, ove vedeva aggirarsi nei lunghi melanconici corridori, una svelta figurina di giovine donna, dal viso pallido e espressivo e due occhioni scuri che lo guardavano attraverso un velo di lagrime.
Una sera che il dottore con le sorelle stavano raccolti, come di solito, in cucina, ebbero la sorpresa di veder entrare Riccardo e sua madre, che fino allora non si erano ancora mossi di casa dopo la calata del sole. La povera signora era tutta atterrita dallaspetto della nevata al pallido bagliore del cielo stellato: Ah! gemevaun vero lenzuolo sepolcrale!...  come se nellaria passasse la morte senza un brivido, senza un soffio!... Il cuore pare cessi di battere in questa rigida immobilit delle cose; si perdono le forze, si  presi da inesplicabile sgomento!... Ci fosse almeno buio pesto, da non vedere a un palmo di distanza, da essere circondati, isolati dalle tenebre!... Ma no; sotto il cielo nero, albeggia un chiarore fioco e pauroso; un chiarore di lampada funeraria!... Oh come  triste, spaventevole la notte, in montagna, quando la neve  alta!
La povera signora era scossa da brividi e continuava i lagni. Poi, ad un tratto, i suoi occhi sfavillarono. Era lultima volta che avrebbe visto di notte quello spettacolo. Lindomani sarebbe tornata alla piana, in citt!... fra pochi giorni avrebbe riveduto lInghilterra, il suo paese!
Come?... partivano?... cos presto?... cos improvvisamente?...
Roberto e Anna chiedevano con lespressione del volto, senza parlare, in una impazienza di sapere.
Fu Riccardo che rispose, che inform. Partivano, s.
Un telegramma ricevuto quello stesso giorno, prima di sera, chiamava lui e sua madre al letto dun vecchio prozio, che era in fin di vita. Dovevano andarsene; era necessario. Non si poteva, non si doveva lasciar morire solo, senza il conforto dellultimo saluto dei soli parenti che gli rimanevano, quel povero uomo, che li aveva sempre amati!... Dovevano andarsene; era necessario; era un dovere.
Roberto chin il capo, preso da subita tristezza al pensiero di perdere la compagnia di quel giovine simpatico, schietto e colto, alla quale si era cos subito famigliarizzato, che ormai gli tornava quasi necessaria.
Anna trad la sua dolorosa sorpresa con un leggiero tremito delle labbra, che la madre di Riccardo not; e posandole una mano sulla spalla, le disse:
Partire non vuol gi dire, dirsi addio per sempre!
Per sempre?... No, no, no! fece Riccardo.
E disse, rivolgendosi a Roberto, che non appena la primavera fosse venuta egli e sua madre sarebbero tornati; il Curato avrebbe loro concesso lappartamento che ora abitavano; avrebbero passato l la buona stagione!
Roberto e Anna pensavano tutti due alla fallacia di quella speranza. Una volta in Inghilterra, una volta ripiombati nella antica societ, e da essa ripresi, come era possibile, che essi tornassero in quellangolo romito e dimenticato dItalia?
Non mi credete? chiese Riccardo, indovinando il vero in quel silenzio. Non mi credete?
Anna gli lev in volto gli occhi senza rispondere. Ma in quegli occhi era tanta mestizia, che il giovine ne fu colpito; si alz dalla sedia, e prendendo una mano della fanciulla:
Giuro disse che per il maggio sono di ritorno!... Non potrei stare a lungo senza rivedere la mia pietosa suora di carit! soggiunse sotto voce, in un susurro.
Fu quella una serata melanconica. Roberto e Anna accompagnarono a casa gli amici, silenziosamente, rattristati. Si salutarono sulla soglia con poche parole brevi. Riccardo tenne a lungo nella sua la manina di Anna e le ripet, stringendola teneramente:
Arrivederci in maggio!
Arrivederci in maggio! ripet la signora Clara serrando la mano del giovine medico. Poi, stese le braccia ad Anna, e baciandola su tutte due le guance, le susurr:
Arrivederci in maggio, mia cara, generosa, gentile fanciulla!
Si lasciarono. Anna non si rivolse a salutare dun ultimo sguardo gli amici suoi; ma sent che gli occhi del giovine inglese la seguivano con intenso sentimento di unamicizia fatta di stima e di riconoscenza.
Fratello e sorella non si scambiarono una parola lungo la breve via che separava la casetta svizzera dalla casa parrocchiale. Anna rispettava in Roberto il senso di increscioso isolamento in cui la partenza dellamico lo ripiombava. E Roberto indovinava nellintimo di Anna, una lotta dolorosa fra la ragione e un sentimento, non ancora ben distinto, che la turbava forse a sua insaputa.
Anna! Roberto! oh Anna!
Era la voce di Milda, che li chiamava dalla porta della casina, ove ella era rimasta a finir di cucire un vestito per la sua bambola.
Anna! Roberto!
Fratello e sorella accelerarono il passo e furono subito presso la piccina.
Sul focolare ardeva il ciocco diffondendo calore e sprizzando scintille allegre.
Il cuculo della pendola usc a cantare le ore. Erano le dieci; bisognava ritirarsi per il riposo. Roberto sal dopo di avere salutate le sorelle, con il lume in mano. Anna accompagn su la sorellina; e quando la vide addormentata nel lettuccio caldo, ridiscese come faceva ogni sera, per spegnere il fuoco e dare unultima occhiata alla cucina, che tutto fosse in ordine e pronto per il domani.
Ma quella sera, invece di spegnere il fuoco, sedette alla tavola ove port il suo grosso quaderno in cui aveva labitudine di scrivere impressioni e memorie, e si lasci andare allintimo piacere di stare al tu per tu con la propria anima.
Scrisse, scrisse, scrisse fino a mezzanotte, non curandosi del fuoco che si andava spegnendo, dolcemente cullata dai misteriosi tenui rumori, che il silenzio della notte rendeva percettibili.
Quando il cuculo, con un leggiero scatto di molla, apr la sua prigione per cantare le ore, ella si scosse, si alz, e senza mettere il quaderno a posto, butt della cenere sulla fiamma ardente, spense la lampada pendente dal soffitto, accese la candela e and su a riposare presso la sorellina.
Se il cuculo fosse stato curioso e avesse avuto facolt di interessarsi della gentile fanciulla, che ogni giorno gli dava vita montando la pendola, allo scialbo chiarore della notte, avrebbe potuto leggere nelle pagine del quaderno, i suoi sentimenti e i suoi pensieri, cos espressi:
Sia benedetta la solitudine, sia benedetto il silenzio, che invitano a riposo le anime in tumulto, calmano i desideri, addolciscono le speranze.
Per lanima pensosa il silenzio ha un potente linguaggio. Solo nel silenzio si sente e si comprende la mormorante parola del ricordo e delle cose; parola che redime, che innalza e che consola. Nel silenzio il ricordo si avviva; quando tutto tace, le voci, le parole, le espressioni udite e giacenti in cuore, tornano al pensiero piene di un fascino nuovo; negli sguardi che hanno momentaneamente commosso, si leggono e indovinano sentimenti fino allora poco avvertiti; e laffetto non compreso, si veste di una luce che ne fa spiccare il vero valore.
Nel silenzio, i sentimenti incerti e nebulosi, si fanno sicuri e distinti; e lanima delle cose, solo nel silenzio, a noi viene attraverso la misteriosa profondit del ricordo.
Si sente lanima delle cose nel profumo di un fiore, nella gorgogliante e carezzevole voce di un zampillo, nel susurro del ruscello, nel rosso tramonto, nella luminosa e rosea aurora; chi non lha sentita palpitare nel sommesso bisbiglio delle rame, fremere nello scroscio dellonda, urlare nel furore della bufera?
Il silenzio innalza lintelletto e d attivit alla fantasia;  fecondatore di cose ammirevoli, di robusti pensieri, di sentimenti generosi.
Chi ama conosce il silenzio, senza del quale lamore non pu essere profondo.
Il silenzio dellamore, ci appartiene,  nostro.
Lanima ha il potere di accogliere e custodire il silenzio dellamore.
Nel silenzio i cuori lontani, si uniscono, si intendono, vibrano di simpatia e di desiderio.
Attraverso lo spazio silenzioso, i pensieri volano ad incontrarsi; si fondono nellammirazione del bello, si baciano nei desideri puri, si illuminano alla luce sfolgorante della speranza.
La speranza, cullata dal silenzio, canta una nenia dolcissima; mitiga lo strazio degli addii, riempie di soave musica le separazioni, avvicina le distanze.
Nel silenzio si sente meglio Dio. Ed io ti sento Dio buono! io sento lo spirito dei miei cari perduti, che mi alitano intorno il soffio del conforto. Poich io ho bisogno di conforto. Qualche cosa piange in me e mi vela gli occhi; una nuvola si  distesa sopra la serenit dellanima mia. Per la prima volta da che sono nata, mi sento sola fra gli affetti che mi sono finora bastati, e amo il silenzio, nel quale distinguo il susurro dellanima mia, che mi dice cose dolcissime e dolorose ad un tempo.
... 
Adagiata nel suo lettuccio bianco, presso la sorellina, sorridente nel sonno, Anna si addorment con una parola sulle labbra, e una lagrima sulle ciglia: Addio! addio!
Era una bella giornata di febbraio. Sotto la sferza meridiana, la neve spiccava nel suo abbagliante candore; era tutto bianco quanto aveva sotto gli occhi; non si vedeva manco uno di quelli enormi solchi scuri, che il sole estivo traccia sui fianchi dei monti. Le fosse, il torrente, il fondo della valle, erano riempiti dalla neve e da essa nascosti; che solo qualche gibbosit tradiva i massi. Rinserrato dalla crosta spessa e cristallina, il torrente gi spumoso e rumoreggiante, correva a stento, invisibile, con un gorgoglo soffocato. Le campane delle sparse chiesuole, annunciavano allegramente ai fedeli che quello era un giorno di festa; la festa del patrono del paese. Bisognava andare in Chiesa per vedere il lusso dei paramenti, per fermarsi sul sagrato davanti alle panchine dei venditori di dolciumi e di balocchi a due soldi luno, dai merciaiuoli ambulanti; povera gente, venuta su dalla piana malgrado la neve, nella speranza di raggranellare qualche soldarello.
Anna dopo aver ben imbacuccato nei vestiti caldi la sorellina, che Gino e Rachelina erano venuti a prendere e che doveva desinare in casa del Curato, rimasta sola soletta in casa, poich il fratello era in torno per le sue visite, si pose a sedere a la sua piccola scrivania posta nello sguancio della finestra, per scrivere a Ida Flammi, che da un poco le doveva una lettera e non si decideva mai.
Perch non scriveva, che adesso del tempo ne aveva davanzo, poich non cera che la casa a cui badare e fuori nessuno aveva bisogno di lei?... Perch, perch non trovava alcuni minuti per una buona, affettuosa lettera allamica, che per certo si doveva trovare stranita in collegio?...
Arrivederci a maggio! le aveva detto Riccardo, stringendole con tenerezza la mano; arrivederci a maggio!
Ma comera, che da allora ella pareva non avesse mente e cuore che per il tempo che doveva correre di mezzo fra quei mesi che non finivano mai, e il maggio del disgelo e dei fiori?
Ora, erano parecchi giorni da che egli era partito con la madre. A loro non aveva scritto manco una riga e non aveva n pure promesso di scrivere. Ma; le poche volte che il postino arrivava, ella si sentiva martellare in petto la speranza di una letterina con poche, pochissime righe, che dicessero che lui e sua madre avevano fatto buon viaggio, che stavano bene, che si ricordavano di loro, poveretti, cos lontani, cos segregati dal mondo, destinati forse ad essere dimenticati!...
Essere dimenticati!... Questo era il pensiero, il cruccio di Anna, che aveva in cuore una grande, una forte tenerezza per gli amici lontani!... In quella chiarezza di neve, cos uniforme, si sentiva lontana, lontana, lontana da tutti!... Sarebbe tornato il maggio? il bucaneve avrebbe annunciato la primavera?
Sarebbero tornati i fiori, lerba, i cespugli, per fino i sassi nudi della strada?... Avrebbero cantato ancora gli uccelli?... Le nevate avrebbero lasciato luogo a lerba vellutata?... Si sarebbero sgombrati i sentieri e il postino avrebbe potuto salire e scendere regolarmente?...
La povera Anna si immelanconiva un momento in questi desideri, in queste impazienze!... Ma subito scrollava il capo con atto di compatimento verso s stessa: Che sciocca che era a perdersi cos nei desideri, nelle fantasticherie!... Quando per certo non aveva tempo a iosa e avrebbe potuto impiegarlo in cose utili, che in casa il lavoro non mancava mai, a volerlo trovare.
E dietro a queste riflessioni, lasciava lo scrittoio per darsi in torno a spolverare, lustrare, mettere a posto, che la cucina avesse da parer sempre una specie di salottino alla buona. Quando tutto fu pulito, in ordine, si ripose a la scrivania per scrivere la lettera che poi sarebbe andata lei stessa ad impostare nello stesso tempo che si recava in Chiesa e dallarciprete.
Stette un poco con la testa nelle mani per raccogliersi. E nel raccoglimento, le vennero dal cuore delle idee melanconiche, snervanti; tutte le sue facolt si accordarono in una specie di nenia monotona, sconfortante, che le faceva venire le lagrime a la gola e la sconsolava con un senso di piet verso s stessa; quasi di abbandono.
Dovera andata la energica fanciulla, la donnina forte, capace di confortare gli altri, di animarli ad accettare allegramente la vita imposta dalle circostanze, da rovesci di fortuna?... Dovera andata la coraggiosa fanciulla che si piaceva della solitudine, e che in essa si sentiva di rinvigorire e nobilitare il proprio essere morale?...
Bella lettera scriverei adesso! disse scuotendosi da quella strana oppressione del sentimento. Belle cose incoraggianti direi a Ida, poveretta, che sola al mondo e sacrificata in un collegio, non si abbassa mai a lagni puerili, n si disfoga nellinsulso, inutile pessimismo!.. Che cosa mi manca a me?... Non vivo libera con mio fratello e mia sorella?... Che cosa mi manca?
Quello che gli mancava glielo disse bruscamente il cuore facendola improvvisamente arrossire.
Che stupida che era stata!.. Come si era lasciata spadroneggiare da un sentimento contro il quale avrebbe dovuto lottare fino dal suo nascere! lottare e vincere!... Era stata stupida a non accorgersene; adesso era vile a lasciarvisi andare senza difesa.
Riccardo, ricco, amato da quanti lo conoscevano, ora doveva essere nel suo paese, rituffato nella sua antica societ, il ricordo di lei e di tutti della Faggeta doveva essere gi lontano dalla sua mente; quellepisodio della sua vita sarebbe presto stato sepolto nelloblo insieme con chi sa quanti altri!
Che stupida che sono! mormor ancora.
E si alz, si imbacucc nel mantello, tir su il cappuccio e usc. Voleva andare in Chiesa; sentiva il bisogno di pregare, di innalzare mente e cuore a Dio.
Per la vallata, in mezzo a la neve candida, era un andare e venire di gente in quel giorno di festa. Le ragazze, nei loro vestiti a colori smaglianti, ridevano e scherzavano insieme con i giovinotti che le accompagnavano. Le loro figure atticciate e gagliarde, spiccavano fra il candore della terra abbagliante; le loro voci allegre rompevano il solito silenzio dellaria che il sole indorava.
Il vento di marzo soffia rabbioso. E peggio delle nevicate. Impedisce di uscire di casa, perch fuori si stenta a star ritti e le folate mozzano il respiro e sbacchiano in faccia e negli occhi la neve delle piante; neve indurita, che colpisce, offendendo come frantumi di vetro.
Son due giorni che il sinistro ululato geme dalle gole, e si caccia per le minime fessure delle finestre e delle porte e urla gi dalla cappa del camino e fa vacillare, la sera, la lampada che pendo dal soffitto.
Impossibile mettere il naso fuori delluscio con un ventaccio compagno. Si va fuori quando il dovere limpone. E il dovere chiama al letto degli ammalati il dottore, che si avvolge nel mantello, si tira il cappello su gli occhi e via.
Stai attento! gli dice Anna. Cammina lontano dai pericoli!
E subito fatto esser colpiti da un sasso che il vento stacca dalla montagna. Anna non  tranquilla quando il fratello esce con quel tempo, con quella furia daria indiavolata.
Roberto se n andato; deve visitare uninferma in una frazione lontana, su, in alto. Non torner che per lora del desinare. Milda con Rachelina e Gino, che sono stati l tutto il mattino a studiare e poi, hanno fatto colazione insieme, sono partiti anchessi. LArciprete li ha mandati a prendere tutti e tre dal suo sagrestano, nella carrozzella tirata dal ciuco; una carrozzella tutta chiusa intorno da una grossa coperta di lana, che impedisce al vento di entrare. Quel ciuco  lamico dei tre fanciulli, che gli vogliono un gran bene!
Anna  rimasta sola. Succede cos spesso adesso che ella rimanga sola!... Quel momento di solitudine, quel giorno ella lo aveva desiderato. Il postino le aveva portato fin dal mattino una lettera di Ida Flammi, che ella aveva aspettato ad aprire per tema che ci potesse essere qualche cosa che avesse da recare inquietudine o pena, al cuore del fratello, che ella capiva cos profondamente. La posta laveva ricevuta lei; egli non sapeva di quella lettera; e, per amore della sua pace, ella non gli avrebbe detto nulla, se fosse stato necessario. Una parte della lettera diceva cos:
Cara Anna,
...
tu credi che la solitudine sia quella della vita lontana dai gran centri, in luogo lontano dalla cos detta societ, fra persone che non hanno la nostra educazione, che non capiscono il nostro modo di vedere?... Ma, mia cara buona, codesta  la solitudine aristocratica, nella quale uno ricorda e forse giudica e compatisce; nella quale una si persuade, che unico modo di vivere con qualche soddisfazione  quello di pensare, parlare ed agire secondo il desiderio dellanima, senza servilit di imitazione; nella quale si comprende meglio la natura della gente non raffinata, ma schietta, che hanno un modo di vedere e di capire proprio, non conformato a nessun esempio imposto dal capriccio della moda, magari dalla bizzarria di pochi!... Codesta, a mio parere,  libert, non solitudine;  possibilit di pensare a proprio modo, senza soggezioni, di agitarsi nella vita senza pastoie, di trovarsi al tu per tu con la propria anima, senza testimoni, schiettamente.
Ah tu non sai quale sia la vera, la desolante solitudine?... Ma lasciamo andare questo argomento ozioso, e veniamo a me, poi che tu vuoi sapere di me.
Sono qui da un mese; in collegio. D lezioni di disegno e di musica; sei ore al giorno; un po fra gli sgorbi, un po fra le note pi o meno stonate. Ho una quantit di allieve; piccole, grandi, carine, poco simpatiche, qualcuna anche impertinente e peggio. La direttrice  una buona signora; le maestre, mi guardano un po dallalto in basso per il grande affare del diploma che non ho, e che esse hanno. Ho una cameretta mia, ove la sera posso essere sola qualche momento prima di andare a letto. Qualche momento appena, veh!... perch dopo il lavoro continuo e anche un pochino faticoso della giornata, la sera mi ritrovo stracca morta e non mi par vero di dimenticarmi nel sonno!... Non ti ho detto, che dopo desinare mi tocca di sorvegliare le educande durante la ricreazione?... Sicuro; le sorveglio, una classe una settimana e unaltra la seguente, alternativamente; le due superiori, per la conversazione in inglese; una lingua, che come tu sai, mi  famigliare. In camera mi ritiro verso le nove e mi sento sempre stanca. Quel passeggiare su e gi lungo i corridoi, alla debole luce duna sola lampadina elettrica,  davvero faticoso. E quel dover sempre avere anima e intelligenza a disposizione delle fanciulle che chiacchierano e divagano e interrogano,  faticosissimo. Posso dire davvero di guadagnare la vita adesso!... Quando, verso le nove, mi ritiro in camera, faccio un sospiro di sollievo; auff! finalmente! mi ritrovo con me stessa, con i miei ricordi!
La solitudine vera, dolorosa,  quella di trovarsi soli in mezzo alla gente, mia cara Anna!... Io penso a te in codesta pittoresca vallata battuta dal vento, coperta dalla neve, deserta la maggior parte dellanno, ma bella sempre. Penso a te, che hai in torno dellaffetto vivo e sicuro e ti  dato il piacere grande di fare del bene. La sorella dun medico di campagna pu sempre alleviare delle miserie, recare il conforto se non altro, dellinteressamento, della pietosa parola.
Non credo che il signor Riccardo abbia dimenticato gli amici. Non gli fare questo torto, Anna!... Gli inglesi non sono come noi italiani molto espansivi; non sentono il bisogno di dire il loro sentimento e molto meno di scriverlo come succede di noi, che non siamo capaci, o pochissimo, di tenerci dentro le nostre impressioni, i desideri dellanima e molto meno gli scatti del cuore. Sentono al pari di noi, ma hanno, direi quasi, il pudore del sentimento; non lo svaporano in parole.
La mia piccola pendola segna le ventidue ore;  tardi; dovrei gi essere a letto per potermi alzare domani senza troppa fatica. Sai?... la campana suona alle sei e mezzo, e bisogna sgusciare dal letto caldo, vestirsi in fretta e correre in dormitoio a sorvegliare la toeletta delle educande. Questa dellalzarsi alle sei e mezzo, e pi ancora lessere bruscamente svegliata al tintinnire secco, rabbioso, insistente della campana,  per me un vero martirio. Lo scampanello  come uno schiaffo, un urto nel cervello; coglie in pieno sonno, in piena, deliziosa dimenticanza di tutto; richiama brutalmente alla realt delle cose, alle occupazioni dogni giorno, al presente, che vorrei attraversare in letargo come le marmotte linverno. Mi accorgo che vado blaterando come una portinaia; dico delle insulsaggini; ho sonno, sono stracca morta. Ti lascio fino a domani, Anna; seguiter la mia chiaccherata il primo momento che mi si presenter opportuno. Dormi bene e... non pensare troppo male degli inglesi, che sono gente seria e buona; credi a me che ne conosco parecchi! 
... 
Non pensare troppo male degli inglesi!... scriveva Ida, non pensare troppo male degli inglesi! Oh cara, oh buona! come le facevano bene quelle parole a lei, cui ripugnava tanto di convincersi della dimenticanza, quasi dellingratitudine del giovine, che aveva curato con affetto fraterno, della madre di lui, la quale le si era mostrata tanto teneramente riconoscente!...
Seduta nella sua poltroncina, nel vano della finestra, Anna vagava, con il pensiero, lontano. Di fuori il vento muggiva soffiando dai rami delle piante i diaccioli, spazzando la neve dai massi, fugando a tramontana le nuvole squarciate; un vento di marzo, freddo, molesto. E per la vallata non unanima viva; una solitudine paurosa. Diceva la vita, solo qualche abbaiare di cane a distanza, qualche canto di gallo, ogni tanto il mugghiare delle vacche, che il vento portava distinto.
Ad un tratto vide staccarsi un punto scuro gi dal fondo; l dove la valle si serra e corre angusta fra i ripidi fianchi di due monti scoscesi e brulli. Il punto scuro si avanza, prende delle forme;  una persona; un ragazzotto che viene correndo per quanto gli consentano gli scarponi e il suolo tuttora coperto di neve. Corre alla volta della casetta Svizzera. Veh!  gi a piedi del poggio; sale, bussa. Anna va ad aprire con una certa ansia, che le mozza il respiro. Che fosse capitato qualche guaio a Roberto?...
Il signor dottore le manda a dire di venire subito con me e di portare la cassetta dei ferri! dice il ragazzotto ansimando forte.
E successo qualche cosa al dottore? chiede impallidendo Anna.
No; no; al dottore non  capitato nulla ma la povera vecchia Cia  caduta sul ghiaccio e s fatta assai male ad una gamba. E siccome i suoi nipotini strillano che  una miseria, il dottore ha bisogno di lei, di sua sorella, che li tenga cheti, in tanto che lui cercher di medicare e guarire la povera donna.
La sorella dun medico di campagna pu sempre alleviare delle miserie, recare conforto! le aveva scritto Ida. Oh come aveva ragione!... E come ella era contenta di poter prestare lopera sua!
Si serr nel mantello, tir su il cappuccio, calz un paio di stivaletti forti e foderati di lana, e con la cassetta sotto il braccio, segu il ragazzo.
E lontano? chiese.
Allultima frazione rispose il fanciullo. Ci vorr unora di cammino dentro la vallata.
Via; presto. Il vento soffiava freddo e impetuoso. Si stentava a tenere gli occhi aperti; si stentava qualche volta a reggersi ritti contro le soffiate. Ma, coraggio e avanti.
Nella valle rinserrata il vento aveva ululati strani, che facevano allibire. Era paurosa quella gola chiusa da due costiere scheggiate, da grandi massi minacciosi, coperti dalla neve dun candore morto che il sole non baciava mai, strappandone riflessi di gemme. Erano tristi i gruppi di casolari addossati luno allaltro, di sbieco sul pendo!... casolari dannati allombra, alla continua minaccia di frane e valanghe. E pure cera della gente l dentro; il fumo usciva a spire che il vento scomponeva, dai camini di quei tetti chiatti, oppressi dalla neve. Passando vicino a una catapecchia, Anna ud una voce fresca di fanciulla che cantava una canzone paesana.
Ad Anna fece un effetto strano quel canto allegro. Le pareva impossibile come mai in tanta povert, in luogo compagno, tetro che non aveva luguale, uno potesse aver voglia di cantare. E quelluno era per certo una fanciulla nel fiore della vita... Avr il cuore contento pens e le gioie del cuore non sono i luoghi che le danno!
In quel punto, dal primo casolare, appiccicato alla montagna rocciosa, usc una giovine con il paiuolo in mano, che si mise a lustrare sulla soglia, stando inginocchiata e non smettendo di cantare.
Alla vista della signorina, smesse di gorgheggiare e si tir su ritta, salutandola con un bel sorriso.
Sei contenta, eh? le disse Anna. Sei allegra!
Sfido io!... il suo amoroso  tornato da soldato! fece il ragazzotto.
La giovine arross, salut ancora, e si inginocchi di nuovo riprendendo il canto.
Le  tornato lamoroso! ecco perch  cos allegra! fece Anna fra s. E pens al prossimo maggio con un sussulto in cuore.
Perch pensava al prossimo maggio?... Che cosa si aspettava da quel mese?... Qualcuno le aveva forse promesso qualche cosa per allora?...
Scosse il capo in aria di compatimento verso s stessa. E tir via a camminare frettolosa. Suo fratello laspettava; la povera vecchia Cia sera fatta male, i suoi nipotini orfani strillavano e avevano bisogno che alcuno si occupasse di loro. Si aveva bisogno di lei; e lei doveva correre, altro che smarrirsi in oziose fantasticherie?...
La frazione dove era aspettata, si componeva di una mezza dozzina di casucce raccolte intorno alla Chiesa. Arriv che suo fratello e il Curato, un giovine prete, che aveva di poco detta la prima Messa, erano presso il giaciglio della vecchia. I suoi nipotini raggruppati in un angolo, urlavano chiamando la nonna su tutti i toni.
Anna consegn la cassetta; si prese in collo la bambina ultima che non aveva due anni, e con le belle e con le buone si fece seguire dagli altri piccini.
Vado in Chiesa! disse.
No, no!... in casa mia! la consigli il Curato. Questo ragazzo, soggiunse additando colui che laveva accompagnata le accender il fuoco e, se non altro, staranno al caldo!
La cucina del Curato, piccola, umida, spoglia, con una sola finestretta, era melanconica e tetra. Il giovine prete viveva quivi solo soletto; quel ragazzo gli faceva da servitorello.
Vivere qui, solo, senza parenti, senza amici! pens Anna, sedendo al fuoco in mezzo ai fanciulletti. Questa s che  solitudine dolorosa!... Ma quel bravo giovine  confortato dal bene che pu recare al povero e dal pensiero di Dio!...
I bambini ora avevano smesso di piangere. Il ragazzotto appese il paiuolo alla catena e presto, alla vampata generosa, gorgogliarono nellacqua le patate e le castagne messe a cuocere insieme.
Quando saranno cotte disse ai piccini le mangeremo!
Raccomandati i piccini al servitorello del Curato, Anna torn al casolare della malata e arriv in tempo da dare una mano al fratello nella medicazione.
La povera donna raccont, spiegandosi a stento, fra lagni e sospiri, la sua disgrazia, come chiamava la sua caduta.
Scendeva dallalto ove era andata a raccogliere bruciaglia per il fuoco. Il grosso carico legato da una corda, le pesava sulle spalle e la discesa non era facile; si scivolava sulla strada di neve indurita, si incespicava fra ciotoloni e radici sporgenti; ella camminava guardinga; ma, a un brusco risvolto dovette cedere sotto il peso e cadde malamente.
Se mi capitava alcuni passi pi avanti, ove si apre il burrone, rotolavo gi e Ges Maria per la mia povera anima! fin per sospirare la povera vecchia.
Roberto intanto aveva finito la medicazione; la povera donna si era spostata un femore e ferito un piede. Ne avrebbe avuto per un pezzo. E i nipoti, cui era morta la mamma e che avevano il padre in America?
Collaiuto di Dio si provveder a tutto! disse il giovine Curato, confortando con la sua bella e sicura fede.
E soggiunse parlando ad Anna: I poveri si soccorrono fra di loro, con una piet sincera. Dividono con chi  pi povero di loro, la minestra, la polenta, le castagne, e chi ha la stalla accoglie chiunque abbia freddo. Poi si soccorrono nelle disgrazie e nelle malattie. Sono istintivamente compassionevoli e generosi; e nei momenti difficili e dolorosi, li sostiene il pensiero di Dio e dei suoi santi.
Della compassione caritatevole della povera gente del villaggio, Anna ebbe subito una prova. Accorsero le donnicciuole; vennero i capoccia, compagni di giovent della malata. E tutti vennero con le mani piene; chi recava farina, chi polenta fredda o pane inferrigno. La moglie dellunico bottegaio, che vendeva roba vecchia e stantia nel buggigatto che gli serviva di magazzeno, rec un po di caff con dello zucchero. Fu una commovente sfilata di donne e di vecchi poveri, che volevano, come loro comandava il cuore, compensare in qualche modo la disgraziata Cia della disgrazia toccata.
Io penso ai piccini, povere creature del Signore! piagnucol la malata.
Ma fu tosto confortata. I piccini non sarebbero mancati di nulla; Teresa, la moglie del sagrestano, che aveva sette figli, si sarebbe presa in casa la bambina. Uno dei maschietti se lo prendeva il sindaco, un contadino un po istruito, che aveva terre, boschi e bestie del suo.
Dellaltro piccino, voleva pensare il Curato.
La malata si chet ringraziando. Dio avrebbe reso merito ai generosi; ella avrebbe sempre pregato per loro!
Quella gara di generosa, attiva carit, commosse Anna, che di ritorno a casa, mentre il fratello faceva il suo giro in montagna, dopo di avere preparato ogni cosa per la colazione, sedette alla scrivania e ferm le sue impressioni nel suo quaderno.
Se tutti conoscessero le virt dei poveri e degli ignoranti, quanto maggior rispetto si avrebbe degli uni e degli altri!... La vera bont si riscontra assai facilmente fra i semplici, che fanno il bene per istinto, per naturale generosit, per dovere inconsciamente sentito.
La piet dei poveri  sempre sincera; il loro sentimento religioso  sempre elevato perch spontaneo, saldo perch schietto.
La donnicciola, che raccolta nella chiesuola del suo villaggio, prega, mettendo tutto il suo cuore, i suoi amori, le sue speranze, in un seguito di parole latine e per lei incomprensibili, mi commuove dolcemente.
La lavoratrice che trae per s e i suoi la vita dalla quotidiana fatica, e pure, poverissima si toglie il pane di bocca per linfanzia abbandonata, la debole vecchiaia, limpotente infermo, mi inspira un altissimo rispetto.
I miseri, chiatti, sgretolati tuguri, che offrono tetto e riparo ai poverelli sperduti nei loro paesucci montani, mi pare si illuminino di pura luce, quando in essi si agita la vita dei semplici, cui la virt sublima.
La gente raffinata, quanti insegnamenti potrebbe ritrarre dalla rozza esistenza di tanti poveri, grandi nel compimento faticoso e spesso doloroso di un dovere, che per essi  necessit!
Io amo il povero, che insegua cose alte e nobili, rafferma il buon senso, rimprovera gli stolti pregiudizi, e fa credere nella sincerit.
Nella sua modesta cameretta, quasi cella di monaca, con il lettuccio bianco, un cassettone, due sedie e un tavolino con loccorrente per scrivere, Ida Flammi, dovette quel giorno ritirarsi invece di sorvegliare le educande durante la ricreazione. Le gambe si rifiutavano di reggerla; una debolezza strana le faceva tornar faticoso ogni movimento, la sua povera testa avrebbe voluto riposare sui guanciali, gli occhi avrebbero voluto chiudersi, le orecchie essere insensibili ai suoni. E si era messa a sedere al tavolino, reggendosi la fronte nelle palme. Che cosa non avrebbe dato per non sentirsi intorno nessun minore, nessuna voce!... Invece, nel salotto vicino, ove erano tre piano-forti, le allieve studiavano la loro lezione di musica; le cinque note, le scale, uno studio di Czerny, sempre quello!... Oh quelle cinque note, quelle scale, quello studio!... Le entravano nel cervello come un tormento; vera tortura di tutti i nervi!... Si turava le orecchie; inutile!... sentiva lo stesso!... Pregava tacitamente Iddio che facesse cessare quello strazio!... Ma lo strazio persisteva, continuo, crudele!... Ida non ne poteva pi; le pareva di impazzire. Per non perdere la ragione, volle alzarsi ed uscire. Si sarebbe sforzata di sorvegliare le educande durante la ricreazione; si sarebbe sforzata di stare in piedi, di passeggiare, di chiacchierare. Si alz e fece per avvicinarsi alluscio. Madonna! come barcollava! come si sentiva male!... E pure era necessario; bisognava pure chella uscisse da quella camera se non voleva ammattire. Raccolse tutto il suo coraggio; volle star ritta; volle comandare al suo fisico che si ribellava potentemente al moto. Aperse luscio ed entr nel salotto.
Sempre al piano, le tre educande continuavano lesercizio delle cinque note, delle scale, dello strimpellamento dello studio.
Le tre educande smessero un momento per salutarla. Ed ella usc anche dal salotto. Si imbatt nella Direttrice, che la ferm e le chiese cortesemente come stesse. Trov che aveva brutta cera, la consigli a scendere in giardino a prendere una boccata daria, che le avrebbe fatto bene. Le parole della Direttrice cos semplici e chiare suonavano strane a Ida, le tornavano difficili, quasi inintelligibili. Vada, vada in giardino che le far bene! torn a dirle la buona signora.
Ed ella scese la scala senza ben capire che cosa facesse, e si trov in giardino tutta stupita di esservi. Il sole pioveva la sua luce e il suo calore daprile gonfiando le gemme delle piante, aprendo alla vita breve e profumata le prime viole. Una capinera gorgheggiava, saltando di ramo in ramo per il folto delle piante, folto verde ospitale, ove gli uccellini si amano e compongono il nido.
Ida si sentiva come trasognata; sedette sopra una panchina di pietra a riposare. Oh come si sentiva stanca!... proprio le gambe le si piegavano sotto; poi aveva un affanno penoso, che stentava a respirare; poi il sangue le batteva alle tempie; e nella testa sentiva un ronzo molesto, tormentoso; era scossa da brividi e le scottava la faccia che pareva di fuoco. Appoggi il capo al tronco dellalbero che stava dietro la panchina, in un prepotente bisogno di riposare, di non pensare a nulla, di lasciarsi andare a lintontimento, allaccasciamento.
La capinera continuava a gorgheggiare. Che strano uccellino era quello?... Cantando parlava, ricordava!... Era tutta una storia quel suo canto. Diceva a lei, Ida, la sua vita passata; laffetto della, sua povera mamma morta quando ellera bambina; la tenerezza orgogliosa del suo povero babbo; ricordava i giorni di gioia, i dolori, le delusioni, gli strappi di sentimento, le lagrime inghiottite, gli amici lontani; i pochi, veri amici rimasti!... ricordava un angolo benedetto di montagna solitario, silenzioso, ove ella volava spesso con il suo povero cuore, ove sarebbe stata tanto, tanto felice di vivere!...
In un trillo acuto la capinera lanciava nellaria doro il nome di Anna, e un altro nome, caro, che ella invocava nei momenti di scoraggiamento: Roberto!
Ad un tratto il gorgheggio cess, e si fece intorno un gran silenzio; silenzio freddo e doloroso.
Che cose bizzarre succedevano l presso di lei?... ella doveva sognare; ma per quanto facesse non riusciva a svegliarsi; non riusciva a muoversi, a parlare. In sogno, vedeva che la direttrice e due maestre le si affannavano intorno; la scuotevano, le bagnavano la fronte. Oh perch non la lasciavano tranquilla?... Ecco che adesso, lobbligavano a muoversi; Dio che fatica! Dio che spasimi per tutte le membra!... Che crudelt!... costringerla a camminare quando non poteva!... Non poteva, no, non poteva!... Che buio, Madonna!... doveva essere notte fitta!... Era ora di dormire!... ella voleva dormire!... dormire!
Quando si svegli da quel lungo sonno, si ritrov a letto, nella sua cameretta. Era sera; un lume fioco luceva in un angolo, per terra; vicino a lei, seduta a fianco del letto era una vecchia maestra che snocciolava il rosario con il capo posato sul dorsale della poltrona e gli occhi chiusi; biascicava le Ave Maria in un sibilo.
Ida fece per levare la testa, per stendere un braccio; impossibile; non poteva muoversi; volle parlare, chiamare; la voce non le usciva dalla gola. Che cosa era successo di lei?... Non si raccapezzava; nel cervello e nel cuore aveva una confusione dolorosa. Raccolse le poche forze di cui poteva disporre, comand alla sua volont, e riusc a gemere.
La vecchia maestra si alz, lasci andare il rosario e le si chin sopra in atto premuroso. Le fece centellare alcune gocce di un liquido, le bagn la fronte, laccarezz, le raccomand che stesse tranquilla, che dormisse.
Come pareva lontana e velata la voce della vecchia maestra!... E come volentieri ella ubbed alla preghiera di star tranquilla, di dormire!...
...
Quanto tempo dorm?... Ella non sapeva rendersene ragione; stentava a rendersi ragione dogni cosa. Sentiva come se ritornasse allora da una lunga assenza. Dove era stata?... Che cosa aveva fatto?...
Il sole, filtrando attraverso le gelosie chiuse, ricamava di ombre la coperta bianca del suo letto. Era gi giorno fatto ed ella era ancora a letto!... O come mai non aveva sentito la campana?... Doveva essere in ritardo; bisognava che si alzasse subito se voleva essere in tempo per la sua prima lezione. Fece per muoversi; ma riusc appena a staccare la testa dal guanciale.
Oh Signore! gemette.
La vecchia maestra le corse presso; le fece ancora centellare alcune gocce di liquido, sorreggendola con un braccio di sotto il capo.
Allinterrogazione muta degli occhi della poverina, rispose sotto voce, chella era stata malata; ma che adesso era in via di guarigione; avesse pazienza; stesse tranquilla.
Ah! era stata malata! ora cominciava a capire. Ma capiva vagamente; non riusciva a fermare il pensiero su nessuna cosa; in testa aveva un arruffo di idee. Non aveva che un desiderio; star cheta; sonnecchiare.
Cos fra il sonno e la veglia, ud aprire luscio, e distinse un passo che si andava avvicinando al suo letto. Fu ben meravigliata di vedere chino su di lei il viso barbuto dun vecchio signore, che la guardava attentamente, le toccava la fronte, le tastava il polso. E s come ella lo guardava con gli occhi aperti, fissi, smarriti, egli le sorrise con bont, dicendo: Bene!... bene!...  passata!... ancora un po di pazienza!
La povera fanciulla ebbe una fitta di sgomento in cuore. Era dunque stata molto, molto malata?... Lo chiese al vecchio signore, che capiva dover essere il medico, parlando con isforzo, meravigliandosi della sua stessa voce.
S; era stata malata, molto malata; ma adesso era passato tutto e non bisognava pensarci.
Da quanto tempo era l, a letto?... Anche questo volle sapere, incoraggita a chiedere, dallaria affettuosa e indulgente del dottore.
Oh da due settimane appena!... E se era ubbediente e docile, in capo a unaltra settimana, avrebbe potuto alzarsi.
Nessuno fu qui a chiedere di me? domand Ida con una certa ansia alla vecchia maestra.
Nessuno!
E autorizzata dal dottore, disse, che ella aveva osato,... si era creduta in diritto quando lei stava poco bene, di aprire la sola lettera che fosse venuta per lei; una lettera firmata Anna D. N. Ed ella stessa aveva risposto dicendo la cosa come era. Aveva fatto male?
Oh no, no!... per certo non aveva fatto male; tuttaltro!...
Ida stese alla vecchia signora la sua manina magra e diafana e la guard con la riconoscenza negli occhi.
E adesso si  parlato abbastanza! fece il dottore adesso bisogna star quieta e dormire se  possibile!...
Accarezz la testina bruna della malata e mettendosi un dito attraverso le labbra per ripetere la raccomandazione, usc in punta de piedi.
La povera fanciulla non fece fatica ad ubbidire al dottore. Si sentiva cos stanca!... Chiuse gli occhi e si assop.
Le poche righe della vecchia signora maestra, erano arrivate come una stilettata al cuore di Anna e di Roberto.
Egli, il giovane dottore era fuori quando giunse la triste notizia. E Anna, impaziente di comunicargli la cosa, di chiedergli un consiglio intorno al pensiero che le era subito balenato, era uscita al suo incontro, non curandosi dello sgocciolo de rami imbevuti della pioggia caduta, n dellacqua che correva in rigagnoli lungo i sentieri che doveva percorrere. Ida, la povera Ida, era l, sola, malata gravemente, in mano di gente che la conosceva appena, senza parenti, senza amici!... che dolore doveva essere per lei quel vedersi quasi abbandonata!...
Ah povera Ida! ah poveretta! andava sospirando.
Incontr il fratello, che usciva allora da un casolare, gi in fondo alla valle.
Ida  malata! gli grid non appena lo vide di lontano Ida  malata gravemente!
Ma si pent tosto del modo brusco con cui aveva data la notizia. Vide Roberto farsi pallido fino alle labbra e aggrottare gli occhi in modo da tradire un dolore cos profondo, che ella ne ebbe rimorso e spavento. Gli porse la lettera, che egli divor degli occhi; poi si butt a sedere sopra un tronco e prese a singhiozzare con abbandono, come un fanciullo.
Bisogna andare a vederla!.... bisogna andare a curarla! disse Anna, cercando di tranquillizzare il fratello.
Impossibile! singhiozz lui. Io non posso abbandonare i miei malati!
Andr io! disse Anna risolutamente.
Roberto la guard attraverso le lagrime con una tale espressione di gratitudine e di sollievo, chella ne fu tocca.
Andr io ripet subito! la curer con amore; le recher il conforto della mia amicizia e... del tuo affetto!
Il giovine dottore si alz; senza dire una parola si strinse al petto la testa della sorella e le disse baciandole i capelli: Grazie, Anna!
Tornarono a casa insieme. Per quel giorno il dottore aveva fatto il suo giro; era libero; avrebbe accompagnato lui stesso la sorella fino a pie del monte, alla prima stazione ferroviaria. Milda sarebbe stata affidata alla signora Marietta durante lassenza della sorella.
A casa, mentre Anna preparava il piccolo bagaglio, Roberto raggranellava i suoi piccoli risparmi a cui aggiungeva quasi tutta la mesata appena ricevuta; egli restava con poco, o pochissimo; ma che cosa contava?... Sua sorella non doveva mancare di nulla!... E poi la gi ci sarebbe forse stato bisogno di qualche piccola spesa per lei, la malata!...
Se la figurava assai aggravata; in delirio; in pericolo!... E non poterla curare lui!... Non poter passare i giorni e le notti al suo letto, a lottare contro il male, e vincerlo!
Sentiva una piet immensa per quella poverina, gi tanto ricca, adorata, circondata da tenerezze dogni maniera, ed ora sola in un collegio, quasi sconosciuta, forse assistita dal solo sentimento di piet.
Quando apparve Anna, con il suo bagaglio, vestita, pronta per la partenza, egli le consegn i denari in una busta, e baciandola in fronte la ringrazi come se ella partisse unicamente per un tratto di generosit verso di lui.
Presero per la discesa pi breve e meno inzuppata; un sentiero tagliato nel sasso vivo, serpeggiante, nudo. Il sole splendeva nel cielo smagliante; le montagne spiccavano pi belle e pi verdi dopo la pioggia; quasi ripulite; la neve dalle cime, scintillava nei suoi riflessi di pietre preziose; le navate dei valloni a tramontana, staccavano delle macchie bianche e fredde. Qua e l a pascere, a brucare lerba nascente e le prime foglie degli alberelli, si vedevano poche vaccherelle e qualche capra sparsa.
Scesero in silenzio. Avevano tutti due il cuore pieno; ma si capivano; le parole erano inutili.
Arrivarono in poco pi di due ore alla prima stazione. Giusto in quei punto, il treno giungeva fischiando. Non cera tempo da perdere. Roberto prese il biglietto, e prima di aiutare la sorella a salire nel vagone di seconda classe che il conduttore le aveva aperto, la baci susurrandole: Dille che le voglio bene!... E... abbiti cura e scrivi subito!
Anna sal, stette ritta allo sportello finch il treno si mise in moto fischiando, salut Roberto colla mano unultima volta, poi si lasci andare stanca e commossa nellangolo del carrozzone ove si trovava sola.
Ah, povera Ida! andava sospirando.
E la prendeva limpazienza di arrivare presto, di vederla, di assisterla
Guarir! pensava. Dio non vorr recare un dolore cos acuto, cos grave al mio povero Roberto!... Guarir! e...
Quello che si figurava la faceva sorridere di compiacenza.
Essere amata davvero, nobilmente; non c nulla di meglio per una donna! mormorava fra s e s mentre con gli occhi vagava fuori, al di l de vetri dello sportello, e con il pensiero accarezzava unimmagine che le stava scolpita nel cuore.
Ida era amata! oh quanto!... Ella lo sapeva, ne era sicura.
Guarir! disse ancora guarir e sar felice. Ed io... sar felice della loro gioia!
Ritta dinanzi ai vetri della finestra, Anna guardava fuori nel giardino, che il lume di luna pareva cambiare in un sorriso notturno.
Ida dormiva riposata nel lettuccio bianco, presso a quello che si era dovuto improvvisare per lei.
Era da una settimana che Anna si trovava in collegio. Scaldata, confortata dal suo affetto, da quella visita premurosa, quasi fraterna, che le diceva la preoccupazione, la tenerezza dunaltra persona, la povera Ida si rifaceva e gi lasciava il letto per qualche ora al giorno. Ma era cos debole, cos smagrita e smorta!... Per quellanno non cera da pensare a occupazioni; il medico laveva detto chiaro e tondo. Ella aveva assoluto bisogno di riposo, di quiete, di aria aperta. Doveva lasciare il collegio; quella non era una vita per lei.
Lasciare il collegio?... Ida, a queste parole, a questi consigli del dottore, gli sgranava in volto gli occhioni pieni di muta angoscia. Lasciare il collegio!... Ma non sapeva che ella non aveva casa, n famiglia, n parenti?... Non sapeva che ella viveva del pane che si doveva guadagnare?.. Dove sarebbe andata se era costretta a lasciare il collegio?... Gli Stolzi si trovavano in tali condizioni, che sarebbe stata una indelicatezza e peggio accettare la loro ospitalit; e quelli erano i soli che le potessero aprire la loro casa. No; ella non poteva lasciare il collegio. Avrebbe parlato con la direttrice; si sarebbe offerta di tirar via per allora a fare quel poco che poteva; avrebbe rinunciato, per quei mesi di convalescenza e di riposo, al solito onorario.
Anna che leggeva nel cuore dellamica, capiva lagitazione in cui la mettevano i discorsi del medico e unimmensa piet le rafforzava in cuore la tenerezza, linteressamento per quella povera cara, gi s ricca e vagheggiata, ed ora ridotta in cos triste condizione!
Quella sera, prima di addormentarsi, Ida aveva cercato di persuadere lamica che ormai si sentiva abbastanza in forze e che avrebbe presto potuto tentare di occuparsi un poco, appena un poco!... tanto da mostrare alla direttrice, che, rinunciando allonorario, si avrebbe potuto tenerla in collegio senza troppo danno, fino a che le fosse tornato lantico vigore.
Oh come sarebbe stata felice Anna di poter offrire alla povera amica, lospitalit in casa sua, alla Faggeta!... Ma... il poco che guadagnava suo fratello, bastava appena scarsamente ai bisogni della famigliuola; e, non sarebbe stato generoso, invitare Ida, che aveva bisogno di tanti riguardi, di tante delicature, a dividere una vita meschina, che solo delle creature sane e robuste potevano affrontare senza soffrire. Era meglio che la poverina rimanesse l, secondo il suo disegno; l, ove non mancava di ogni riguardo, dove una cura dietetica rigorosa avrebbe contribuito a rinvigorirla.
Povera Ida!... Anna si sentiva mancare il cuore in petto al pensiero di lasciarla. E pure avrebbe dovuto presto ritornare alla Faggeta; non doveva, non poteva abusare pi a lungo dellospitalit del collegio. Ormai la malata era fuori di pericolo; anzi era in piena convalescenza; era necessario lasciarla!... Sarebbe partita fra due giorni; ne aveva gi scritto a Roberto.
Sempre ritta presso i vetri della finestra, Anna si angosciava pensando. Di fuori il tempo era splendido; vera notte di maggio, dal cielo tempestato di stelle che la luna impallidiva del suo bagliore; laria tiepida cullava le fronde nascenti con mormorio stanco; lusignuolo, a distanza, gorgheggiava la sua canzone damore.
Maggio!... il mese aspettato, il mese dellarrivederci che le faceva sussultare il cuore di soave speranza. Si era ormai gi al dieci, quasi alla met; ella aveva avuto quello stesso giorno, lettera di Roberto con sotto due righe della sorellina, che sospirava il suo ritorno. Nella lettera erano notizie di tutto e di tutti della Faggeta; ma del resto, nulla!
Riccardo non aveva scritto; pi non si sapeva nulla di lui n di sua madre. Avevano per certo dimenticato il povero villaggio di montagna e gli amici che vi avevano lasciati!... Come mai ella aveva potuto permettere al suo sentimento di cullarsi in un sogno tanto impossibile?... Lei, che aveva la vita gi tracciata; quella di aiutare il fratello, di crescere la sorellina, di occuparsi come massaia e come maestra, finch Roberto non avesse migliorato la sua posizione e si fosse trovato in grado di invitare a far parte della sua famigliuola, unaltra persona amata, oh come amata!
A questo pensiero si rivolse a guardare Ida addormentata.
Un raggio di luna batteva sul suo volto pallido, staccando dal candido guanciale il nero dei capelli copiosi e ondulati; una manina bianca, piccolissima, da creatura delicata e amorosa, posava sulla rimboccatura del lenzuolo.
Povera Ida! mormor.
E le si gonfi in petto lamarezza per la povert che obbligava a rinunciare alle pi sante soddisfazioni, a ricacciarsi dentro ogni bisogno, ogni necessit dellanima. Povera Ida! mormor ancora. E soggiunse: E povero Roberto.
Ida amava suo fratello; ella lo sapeva da un pezzo; lo aveva indovinato. Poi, la vecchia signora, che aveva assistito durante il momento pericoloso della malattia, le aveva detto, in segreto, che nei deliramenti della febbre, la povera giovane, sospirava spesso il nome di Roberto!
Dio li protegga tutte due! disse spogliandosi li faccia felici, li benedica!
Si tir sotto che scoccava la mezzanotte. Appena posato il capo sul guanciale, la prese il sopore e sogn. Le parve di essere alla Faggeta, in mezzo alle vette tuttora nevose delle montagne, che il sole baciava della sua luce sfolgorante. Che silenzio cera da per tutto!... che solitudine!... Solo un grosso cane dagli occhi intelligenti, abbaiava saltellandole intorno, con vivacit, con festa. Ed ella stendeva la mano carezzevole su la testa della bestia fedele, mentre di lontano si sentiva uno scampanellare monotono e insistente. Era la campana di soccorso; la campana delleremita. Ah! ella avrebbe voluto gridare, muoversi, correre. Perch non poteva buttar fuori la voce?... perch le membra si rifiutavano di ubbidire alla sua volont?... Quella era la campana di soccorso, la campana delleremita e l su si trovava Riccardo!... Riccardo sano e sorridente, Riccardo che la chiamava e le stendeva la mano. Ah!... finalmente il grido le usc dal petto, rauco, disperato!
Si svegli; si tir su a sedere sul lettuccio; si guard in tondo. Era giorno; la campana suonava davvero; era la sveglia del mattino. Ida dormiva tuttora nellatteggiamento stanco di persona abbattuta dalla malattia.
Anna era partita. Ella, la povera Ida, laveva accompagnata fino gi nel salotto delle visite, appoggiandosi al suo braccio, a passo ancora vacillante; ma lha voluta accompagnare; stare con lei fino allultimo momento!... Ed era rimasta l nel salotto finch il rumore della carrozza si fu perduto in distanza. Oh come si sent sola!... che fiotto di lagrime aveva in cuore!... Avrebbe pianto volentieri la sua desolata solitudine, la sua misera vita di orfana povera, obbligata a guadagnarsi il pane in un collegio, fra persone le quali non avevano per lei che della carit!... Avrebbe pianto tanto, tanto volentieri!... Ma lungo i corridoi che ella doveva attraversare per tornare in camera, gi erano le educande a passeggiare durante la ricreazione; e non conveniva farsi vedere da esse con gli occhi rossi e la figura dolente.
Si fece forza, ricacci bravamente le lagrime in gola, atteggi le labbra al sorriso e si avvi per ritornare su, nella sua cameretta.
Le educande le furono tosto intorno.
Era la prima volta che la vedevano da che era stata malata. La guardavano con la piet negli occhi a vederla cos sfatta e pallida; le parlavano con accento affettuoso.
Ed ella a ringraziare, a rispondere che ormai stava bene, che avrebbe fra pochi giorni riprese le lezioni, che era perfettamente guarita; non le mancava che di riacquistare un po di forza!
Oh aveva bisogno di molta, di moltissima forza, poveretta!... Ne ebbe la certezza quando si ritrov in camera e si sent tanto dolorosamente sola dopo la partenza di Anna!
Sedette alla finestra aperta al mite sole di maggio; poggi i gomiti sul davanzale, si serr la testa nelle palme. In due anni, in soli due anni quanti tristi cambiamenti cerano stati nella sua vita!... Le disgrazie e la morte del padre lavevano piombata nella povert, lei, gi cos ricca! E la povert le aveva fatto intorno il vuoto. Erano scomparsi i molti amici, quelli che frequentavano la sua casa di ereditiera, che sfoggiavano frasi di affezione e di ammirazione. Erano scomparsi tutti!... Solo gli Stolzi erano rimasti; e poveretti, adesso lottavano essi pure contro le contrariet!... Insieme con gli Stolzi erano rimasti anche i De Nota!... Che prova di amicizia non le aveva data Anna!...
Ottima, cara Anna! mormorava con il pianto in gola. E la seguiva con il pensiero, nel viaggio. Adesso doveva essere a quel dato punto; l dove il treno corre ai piedi dei monti, e spesso si interna fra essi; lungo la riva del lago azzurro, gaio di paesi e ville, dai gran monti che la cingono intorno, specchiando nelle sue acque i fianchi boscosi.
Presto presto sarebbe arrivata ai piedi del monte, ove comincia la salita per alla Faggeta. L sarebbe stato ad aspettarla il fratello, Roberto!...
Arross al pensiero del giovane dottore, rimproverandosi il ricordo di lui che le stava fisso in cuore; pensiero soave, che la incoraggiava nei momenti di abbandono. Anchegli pensava a lei; lo sapeva; Anna stessa glielo aveva detto; e le aveva detto anche del suo dolore quando era venuto a sapere che ella era malata!... Che Iddio lo benedica per il bene che mi fa con il suo pietoso ricordo! disse levando le mani dal volto.
Sopra il platano dalle foglie sboccianti, di un tenerissimo color verde, che pioveva le fronde sulla sua finestra, una capinera trillava le sue note acute ed espressive; lacqua del rigagnolo che correva fra due filari di salici nella parte esterna del giardino, gorgogliava.
L, sotto, a pochi metri dalla sua finestra, la famiglia dellortolano lavorava intorno alle aiuole di legumi ed erbaggi. Era tutta una famiglia; padre, madre, due fanciulle; e chiaccheravano e ridevano.
La famiglia! susurr Ida con un sussulto di desiderio. La famiglia! laffetto dei suoi!
E pens alla sorte della vecchia, buona signora, che laveva assistita con tanto cuore durante la sua malattia; unottima creatura venuta in quel collegio, come maestra, prima dei venti anni e l invecchiata. Pens alla direttrice, anche essa invecchiata l; alla maestra di musica, ormai sulla quarantina, ad altre insegnanti non pi giovani, che, per certo, pi non sarebbero uscite dal collegio.
Le scese il freddo in cuore, figurandosi che lei pure avrebbe forse dovuto veder passare gli anni in quel collegio, farsi unabitudine di quella vita, finire per accettarla come buona e invidiabile. Veder passare i giorni, i mesi, gli anni, sempre l, senza il conforto, la gioia degli affetti di famiglia!... Ah Signore! fate che non sia! mormor con vero sgomento.
E guard ancora e a lungo la famiglia dellortolano, che lavorava gaiamente sotto i raggi tiepidi del sole di maggio.
Attratte dal tempo splendido, che le giornate si succedevano una pi bella dellaltra, con un cielo smagliante e lerba dei pratelli, fitta di vaghissimi fiori, gi alcune famiglie di villeggianti erano venute alla Faggeta rompendo la solitudine austera della vallata, recando movimento e brio. Tutte le casine erano affittate, per fino la villetta che portava il nome di Fede sita in luogo pittoresco, a sommo dun masso sporgente, presso la cascatella spumeggiante, annidata fra i castagni.
Non si sapeva per ancora chi dovevano essere i signori che lavrebbero abitata. Che dovessero essere gente ricca, si capiva dai mobili che si portavano su a braccia dalla piana e dai miglioramenti che si andavano facendo alla casa. Tutti erano ansiosi di sapere il nome e la provenienza dei villeggianti nuovi.
Ma nessuno sapeva dir nulla, n pur lingegnere che andava e veniva dal villino alla borgata, e che aveva avuto lordine di riparare e abbellire labitazione, da un avvocato di Milano.
Milda, Gino e Rachelina, andavano ogni giorno a vedere i progressi dei lavori che si facevano al villino Fede. E di ritorno a casa, raccontavano mirabilie. Bisognava vedere come il pittore dipingeva le stanze!... E che mobili vi mettevano dentro!... Certi divanucci, certe poltroncine e tavolini e mensole, che erano galanterie!... poi un pianoforte... sicuro, un pianoforte, che non si era mai visto il compagno.
Milda portava ai sette cieli una lampada da appendersi al soffitto; una cosa tutta dorature e angioletti, e ornamenti che non si stancava mai di guardare. Rachelina aveva occhiato una scrivania piccola piccola, che si sarebbe detta un gingillo e che aveva il piano, da scriverci sopra, coperto da felpa verde. Gino, lui, diceva daver visto disporre a trofeo lungo una parete dellanticamera, una quantit di fucili e fuciletti e pistole e sciabole, che cera da andare alla guerra quando si fosse voluto.
Chi sa chi capiter nel villino! diceva larciprete, con un certo timore che si trattasse di persone aristocratiche e altezzose; di quelle che danno soggezione e tolgono la libert.
La signora Marietta scrollava il capo alle parole del fratello. Cera forse bisogno di preoccuparsi di gente forestiera che non sera mai vista n conosciuta?... Se erano dei superbiosi, peggio per loro. Ella non avrebbe per certo alterato il suo modo di vivere, fosse venuto ad abitare il villino anche il Mago Sabino in persona.
In quanto a Roberto e ad Anna, essi avevano ben altro in cuore e nella mente che di occuparsi di cose estranee al loro sentimento.
Roberto pensava a Ida, convalescente, che avrebbe avuto bisogno di cure amorose, daria libera, di vita indipendente; e che, poveretta, era costretta a stare l gi, fra le mura di un collegio, e rinunciare per fino al suo meschino onorario per essere tollerata e ospitata, cos debole e snervata come si sentiva.
Quel pensiero gli stava fitto nellanima come una spina; gli turbava il sonno, lo avviliva. Oh non avere una posizione da offrire alla povera fanciulla!...
Non potere stenderle la mano e dirle: Vieni; qui ci sono persone che ti vogliono bene; qui troverai unesistenza tranquilla e agiata quale si conviene alle tue abitudini, alla tua salute.
Egli guadagnava cos poco!... Ci voleva tutta labnegazione, tutta leconomia di Anna per tirare innanzi senza privazioni!... Poteva egli invitare quella giovine gi tanto ricca, gi circondata da raffinatezze, a una esistenza quasi povera?...
Forse rimpiangerebbe il collegio! finiva per dire a s stesso, con un senso di accasciamento angoscioso...
Anna indovinava i crucci del fratello e ne soffriva. Come tutte le anime nobilmente generose, soffriva dellimpotenza in cui si trovava di alleviare quel dolore; quasi si rimproverava di non trovarvi rimedio. E pure aveva anchessa le sue lagrime in cuore, povera creatura!...
Era passato il maggio, tiepido e lieto di verdura e di profumi; le rondini erano tornate al nido antico; il torrente, ingrossato dal disgelo aveva ripreso la corsa spumeggiante e rumorosa fra le rive verdeggianti; per i prati erano di nuovo uscite le vacche a pascolare, e le pecore e le capre belavano brucando su per i greppi. Maggio era trascorso, e Riccardo non era tornato. Quellarrivederci era stata una parola strappata da un gentile sentimento di amicizia, forse di piet!... L, nella nativa Inghilterra, fra i suoi, rituffato nelle abitudini antiche, forse neppure ricordava quel povero villaggio perduto fra i monti italiani. Ella era ben stupida a pensare a lui!... Come mai non si era accorta della forza del sentimento che le si era cacciato nellanima poco a poco!... Come mai si era lasciata prendere e spadroneggiare cos allimpensata, come una sciocca che non sinteressa del suo mondo interiore, n lo capisce?
Seduta nel vano della finestra, lavorava agucchiando intorno alla biancheria di casa, ai vestiti della sorella. Rammendava, rappezzava, faceva prodigi di economia, rinnovando, rivoltando, rabberciando i vecchi e stinti vestitini di Milda, che cresceva a occhiate e pi non ci stava negli abitini di qualche mese innanzi e usciva con le gambe scoperte fino sopra i ginocchi dalle sottane vecchie. Oh labilit di quelle manine!... lingegnosit di quella equilibrata e saggia testina di diciannove anni!... Milda era sempre decentemente vestita ed aveva anche le sue modeste toelette per i giorni e le circostanze straordinari. Ed ella stessa era sempre cos ravviata da parere elegante nei poveri abitini vecchi e tenuti insieme a forza di cuciture!...
Lavorava alzandosi ogni poco per rattizzare il fuoco sotto la pentola che bolliva gorgogliando. Lavorava di lena, prestamente; e nei momenti di riposo guardava fuori, spaziando lo sguardo nella vallata ampia, che le cime cingevano intorno e i faggi ombreggiavano. Dallaltura ove era posta la casina, si dominava un gran tratto di paesaggio, fino su al masso sporgente sopra il quale ora si stava ammobigliando e abbellendo il villino, che portava il nome di Fede. Quel Fede in larghi caratteri luceva al sole, e a distanza pareva una striscia doro. Era bello quel villino, era bello il nome che portava. Anna, con gli occhi fissi l, non si accorse dellavvicinarsi di un uomo, che, appunto dal villino, veniva verso la sua casa. Si scosse allabbaiare festoso dun cane, che subito riconobbe e corse ad aprire. Oh Tom!... ben venuto Tom!... bravo!... S! s!... mi rivedi con piacere, lo capisco!... Grazie Tom!
Buon d, signorina Anna! fece un vocione robusto; il vocione delleremita, che era lui in carne ed ossa, con in testa il suo cappellone e il nodoso bastone in mano.
Oh! leremita!... proprio lui, che non scendeva quasi mai dal suo nido daquila, come soleva dire, che non si staccava mai dalla sua solitudine da falco.
Anna lo salutava sorridendo con la sorpresa e linterrogazione negli occhi. Ed egli pareva si godesse quella sorpresa e quella interrogazione perch gli passavano negli occhi dei lampi di vero piacere e stringeva nelle sue manone robuste le piccole e delicate manine della sua cara suora di carit, mentre le diceva che aveva gran desiderio di vederla, di stare un poco con lei, la sua bella e gentile suora della carit. Li ricordava i giorni passati l su nella sua rustica catapecchia, in mezzo alla neve, con quel malato in casa che era pi morto che vivo e che per certo non sarebbe sopravvissuto senza le cure intelligenti e zelanti di lei e di suo fratello?....
Che momenti angosciosi eh?... Faceva pena davvero quel povero giovine!... Un buono e bravo giovinotto per, che... che... Oh egli non era di quelli che dimenticano!
No?... chiesero gli occhi della fanciulla; e soggiunsero tosto: come sapete voi?
Leremita sorrideva di sotto i baffoni brizzolati; e la sua faccia, rugosa come la scorza dun vecchio pino, aveva unespressione particolare, che Anna non gli conosceva.
Fu invitato a sedere alla tavola, a mangiare una zuppa di brodo, che presto presto, Anna vers dalla pentola in una capace ciotola, sopra il pane affettato.
Anche Tom ebbe la sua porzione di zuppa calda, che mangi con ghiottoneria e poi and ad accucciarsi davanti al fuoco.
Anna sedette presso leremita. Moriva dalla voglia di sapere il perch egli fosse disceso. Che novit era quella?... Sera dunque stancato di fare leremita?... gli erano venuti a noia la solitudine e il silenzio?...
Stancarsi lui della sua vita di l su?... prendere in odio la solitudine e il silenzio?... No, no; ci non poteva essere. Solitudine e silenzio per lui non esistevano. L su egli sentiva pi davvicino Iddio, e gli pareva chegli gli si manifestasse nelle aurore dai tepidi bagliori, negli splendidi tramonti, nello scintillare del sole sulle nevate, nel fiorire dei fiori alpini. E poi cerano i grandi uccelli di rapina; cerano le marmotte, i tassi, i camosci che fischiavano a distanza; durante lestate cerano i pastori e le mandre, e pecore e capre; tutto un mondo. In quanto al silenzio, sulle vette era un tale susurrare di suoni indistinti, uno screpito, un gorgogliare a distanza, un fremere di fronde e un muggho di vento, che di voci e di suoni ce nerano in abbondanza e per tutti i gusti. No, no; egli non era gi disceso chiamato dal desiderio di togliersi al suo nido favorito; era disceso perch era stato chiamato gi a piedi, del monte, alla borgata della piana, dove aveva passata la notte. Sicuro!... cera stato qualcuno che aveva pensato al povero eremita; cera stato qualcuno che non lo aveva dimenticato!
Il bravo uomo parlava mangiando; fra una cucchiaiata e laltra.
Sicuro!... qualcuno sera ricordato di lui, pover uomo segregato dal mondo!
Chi fosse questo qualcuno non lo diceva; forse non lo poteva dire; si capiva per che lo avrebbe detto volentieri; ma si ricacciava in gola la tentazione di parlare, con due cucchiaiate di zuppa, e con qualche sorso di vino.
Quando entr Roberto, di ritorno dal suo giro di visite, fu un ritrovarsi cos festoso, che Anna se ne sent commossa.
Leremita doveva passare l la notte. Lo disse subito senza complimenti. Chiese un angolo qualunque per adagiarsi a dormire.
A desinare, a mangiare un boccone, laveva invitato larciprete. La sera sarebbe tornato l per essere pronto il mattino!...
Pronto a che cosa?... Leremita si mordeva le labbra; non voleva, non poteva dire.
Ingollata la zuppa, usc con il dottore; Anna sarebbe andata la sera dallarciprete e sarebbero tornati tutti insieme.
Ella vide leremita e il fratello prendersi a braccetto non appena usciti, e parlar fitto fra di loro, mentre il cane li seguiva a passo tranquillo, nella soddisfazione di bestia ben pasciuta e in pace con s e con gli altri. Li vide andare, cos vicini e sempre intenti a conversare, fino al villino Fede.
Veh!... anche leremita  curioso! disse.
E torn nel suo cantuccio, nel vano della finestra, a lavorare intorno ai vestitini di Milda, che serano fatti cos stretti e corti!
Nel folto delle piante, gli uccelli appollaiati, gorgheggiavano il loro inno dinnamorati alla primavera tiepida e verdeggiante.
Le vacche, sparse a pascolare, muggivano il loro piacere al sole doro; le capre e le pecore si salutavano a distanza con tremuli belati.
Povera Ida! sospir, senza sapere il perch di quel subito ricordo. Povera Ida!
E soggiunse, agucchiando con lena: Perch il mondo non  fatto in modo che quelli che si amano possano vivere uniti e felici?...
Arrivederci in maggio!
Oh la voce importuna che le ripeteva queste parole nellanima!
Maggio era passato; non pi arrivederci, addio. Quella doveva essere lultima parola, lultimo saluto sincero; addio!
Dio!... i ragazzi! fece ad un tratto Anna saltando ritta e lasciando a mezzo la lettera che stava scrivendo a Ida Flammi.
L per l, allinsaputa, che nessuno si sarebbe potuto figurare, in quellora di pieno meriggio, ella si era vista circondata doscurit strana, come se dinanzi alla finestra si fosse disteso un tendone nero.
Era stato un improvviso sbucare dalle gole, di folate di nebbia; lingue spaventose, invadenti, che in un batter docchio, ebbero oscurato il cielo, serrando ogni cosa intorno, tagliando le vette, soffocando voci e suoni; caligine spaventosa.
Dio!... i ragazzi! ripet ancora Anna in uno spasimo di sgomento.
Erano da poco pi di mezzora, andati tutti tre per bacche di mirtillo e more e fragole. Erano partiti allegri e vivaci, con le paniere al braccio mentre il sole splendeva sovrano e il cielo era terso come lacciaio. Ella si era messa a scrivere, sicura e tranquilla. Non era la prima volta che i ragazzi andavano su per il monte in cerca di fiori e frutti silvestri. Chi mai poteva pensare a una cos improvvisa invasione della nebbia?...
Madonna! gemeva la povera giovinetta piangendo dangoscia.
Era sola in casa. Roberto non era ancora tornato dal suo giro. Con quel tendone intorno, avrebbe potuto urlare a sua voglia, nessuno lavrebbe sentita. La nebbia smorza i suoni.
Ma ella non poteva rassegnarsi ad uno stato di immobilit paurosa. Dove potevano essere i ragazzi?... Dove poteva essere Milda, la sorellina cara, adorata?... Dio!... E pensare ai molti pericoli della montagna!... Un passo falso, una pietra smossa, un salto precipitoso, un attimo dinavvertenza potevano essere fatali in mezzo a quel nebbione; potevano piombare gi per scogliere mortali o affondare nelle bocche spalancate de botri!... Ricord con un tuffo nel sangue, che pochi giorni innanzi, avevano trovato il corpo sfracellato dun povero fanciullo capraio andato a picco, gi nel torrente. Le capre sbandate, su per gli estremi greppi, a brucare il lichene sparso, avevano destato un primo sospetto di disgrazia. Sera cercato in vano il capraio, che di solito si faceva vivo suonando nel corno rauco. Un contrabbandiere aveva trovato il cadavere dopo due giorni. Perch ricordava quellorrore in quel momento?... Perch non poteva strappare il pensiero da quel povero corpo sanguinolento e sformato giacente gi nel burrone sassoso?... Oh che terrore! che angoscia!... No, no; ella non poteva durare in un tale stato danimo; non pot aspettare che la nebbia si diradasse per uscire in cerca di Milda, dei ragazzi!...
La Madonna mi aiuter lei! pens decidendosi.
Si calc in testa il cappelluccio mencio di feltro allusanza montanara e usc.
I ragazzi dovevano aver preso per il sentiero solito che menava al primo villaggio, sopra un ripiano. Cera in quel tratto di salita, una quantit di roveti, e ciuffi di mirtillo e pratelli di fragole e macchie di ginestre. L dovevano essere stati sorpresi dalla nebbia; l ella voleva arrivare. Il difficile stava nellorientarsi in mezzo a quella sostanza tangibile e inafferrabile; il difficile stava nel prendere la via giusta e in quella tirar via diritta.
Madonna, guardatemi voi! preg con abbandono.
E si cacci arditamente in mezzo al nuvolone stagnante e minaccioso.
Milda! Gino! Rachelina! gridava ogni poco, nella speranza di essere udita, di rianimare i poverini forse smarriti, forse atterriti e raccolti in un abbraccio.
Milda!... Gino!... Rachelina!
Era come se gridasse in un sacco di bambagia.
La voce, in vece di espandersi, moriva nellostacolo che si frapponeva fra essa e laria.
La povera fanciulla brancolava nella bufera stagnante.
Capiva di camminare in un ripiano erboso; per certo il ripiano della valle; ma avanzava o pure si rigirava sulle sue peste senza andare innanzi dun palmo?...
Ad un tratto cap di salire. Dove saliva?... Per qual sentiero?... per qual parte della valle?... Dove era ella mai?... E i ragazzi?
Milda!... Oh Mildaaa!
Doveva gi avere camminato molto; si sentiva stanca; lascesa, che si andava facendo erta, le toglieva il respiro. Ad un tratto un soffio di vento scompigli per un momento il tristo viluppo grigio che lavvolgeva; ma non lo dirad. Bast a farle sentire un suono; come gorgoglo, come scroscio soffocato.
Devessere il burrone pens, ricordando una specie di orrido, chella aveva parecchie volte veduto; un punto a mezza costa, ove la china rompeva in un dirupo altissimo; precipitando a fondo fino al letto del torrente inabissato fra macigni e macchie selvaggia. Le corse un brivido per il filo della schiena pensando che bastava che ella mettesse un piede in fallo, forse che facesse due passi innanzi, forse che si muovesse appena, per precipitare. Una paura folle la immobilizz. Se ne stette un poco ferma rattenendo il respiro.
Un nuovo soffio di vento corse fra la nebbia e stavolta la squarci in varie parti.
Anna adesso ud distintamente lo scampanellare di molte vacche vicine; scampanellare confuso e raccolto, assordato dal tristo tendone.
Milda!... Gino!... Rachelina! grid con quanta aveva di voce, rinfrancata dal suono, che le assicurava la vicinanza di animali e di persone.
Unaltra folata rabbiosa sollev il nebbione che le stava greve sul capo, lacer quello che la circondava. E Anna allora vide in un attimo strapparsele dintorno il tendone, e, a lingue, a serpi, a lembi, volare nellaria, scomparire come per incanto, lasciare il tempo di prima e il sole doro sulla montagna verde e tranquilla. Ella si guard sorpresa da quel repentino cambiamento.
Dovera mai che non riusciva a raccapezzarsi?...
Si trovava sopra un ripiano, presso un casolare addossato alla roccia. Le vacche mugghiavano nella stalla; un contadino uscito allora dal casolare, sera messo subito a rinsolcare un campicello di patate. Come mai era giunta in quel luogo sconosciuto in mezzo alla nebbia?... Fece alcuni passi per vedere di orientarsi. Si avvicin al ciglio e guard. Sotto il ripiano, per via di scalette incavate nel sasso, fra vigneti e campicelli, si scendeva a un altro ripiano sottoposto, presso il quale il torrentello balzava da una sporgenza rocciosa con fracasso e spumeggiamento di cascata. Nel mezzo di quel ripiano si alzava una casa, una palazzina; veh! era il villino che portava il nome di Fede!...
Adesso capiva; adesso si orientava. Aveva creduto di andare da una parte ed era invece andata dalla parte opposta.
E Milda? e Gino e Rachelina?...
Oh Dio... dove mai possono essere! singhiozz stringendosi le mani sul petto; e prese a chiamarli ad alta voce, mentre scendeva a precipizio gi per la scaletta erbosa.
Milda! Gino! Rachelina! grid disperatamente non appena si trov sul ripiano.
Anna! oh Anna!
Ebbe uno scossone nel sangue. Quella era la voce di Roberto; di suo fratello.
Dove sei, Anna?
Dio!... chi la chiamava ora, era la sua sorellina; era Milda.
Le voci venivano da poca distanza. I suoi cari la cercavano; cercavano lei!... Erano salvi; nessuna disgrazia li aveva colpiti.
Dove sei, Anna?
Anna!
Anna!
Anna!
Roberto, Milda, Gino e Rachelina gridavano il suo nome. Ed ella felice, sorridente, avrebbe voluto rispondere, avrebbe voluto correre. Ma la voce non le usciva dalla strozza, ma le gambe si rifiutavano di muoversi. Si inginocchi l dove era e con le mani in orazione e gli occhi al cielo, fece una preghiera di ringraziamento. Erano salvi tutti!... Le sue labbra mormoravano ancora la sua gratitudine, quando sent un ronzo nelle orecchie, e gli occhi le si annebbiarono insieme con i sentimenti e i pensieri. Le parve di essere a letto; aveva sonno; voleva dormire!... Si adagi sullerba, proprio sullo scrimolo del ciglio e stette nellinconsapevolezza del deliquio.
Quando riebbe i sensi, si guard in tondo smarrita. Si vide in una elegante cameruccia, che non era la sua; il sole, filtrando fra le stecche delle gelosie, vi portava un bagliore dolce insieme con un soave profumo di erba falciata. Le stava al fianco Roberto, che, a vederla aprire gli occhi, la guard con un sorriso di sollievo. Qualcuno le pass leggermente un braccio di sotto il capo per sostenerla, poich ella si sforzava di tirarsi su.
E passato! disse Roberto, in risposta al suo sguardo interrogativo. Fu un breve deliquio!... Devi esserti tormentata fuor di misura, povera Anna!
Milda? chiese tosto la giovinetta.
Sta benissimo; si era rifugiata qui insieme con Gino e Rachelina, ai primi soffi di nebbia!
Qui?... che luogo era quello?... che casa era quella?...
Si tir su, aiutata dal braccio che la sosteneva e guard ad occhi sgusciati. Quella cameruccia elegante, ella non la conosceva; cerano dei mobilucci, dei gingilli che non aveva visti mai. Presso la finestra era una rockin-chair, un tavolino con il servizio da tea, una poltroncina di raso giallo; contro la parete di fronte, un piccolo divano di raso giallo e sopra il divano, appeso, un quadro riccamente incorniciato; un quadro... un ritratto... il ritratto dun uomo giovine e biondo. Lo fiss con gli occhi fissi e aperti, poi stese tutte due le braccia e usc a susurrare, sotto voce, che pareva fosse lanima che parlasse:
Riccardo!... Riccardo!...
Il braccio che la sosteneva la strinse soavemente e si trov con la testa posata sulla spalla di Riccardo in persona, che le sorrideva fra le lagrime.
Le pareva di sognare; forse sognava davvero; si freg gli occhi, si pass la mano sulla fronte, si appell con muta preghiera, a Roberto, che parlasse, che rompesse quella specie di incantesimo.
No, no; non era un sogno, non era un incantesimo. Riccardo era l; Riccardo era tornato; ella si trovava nel villino che portava il nome Fede!
Un senso di vergogna turb lanimo della fanciulla insieme con la coscienza della verit. Arross; con uno sforzo violento, si lev dal lettuccio ove lavevano adagiata belle vestita, e ritta in mezzo alla camera, guard il giovine inglese, mormorando con voce fioca:
Oh, signore!... Oh scusi per lamor di Dio!
Sul volto dellinglese era una espressione cos strana, chella lo guard un momento senza parlare, ansimando per subita emozione, le labbra tremanti.
Roberto! disse, quasi in cerca di aiuto.
Roberto! soggiunse tosto linglese. Mi concedi tu la mano di tua sorella?...
Anna! disse l vicino una voce conosciuta; la dolce voce, il soave accento della madre di Riccardo. Anna!... vuoi tu avermi per madre?
Anna non pot rispondere. Si trov, senza saperne dare la ragione con il volto sul petto del giovine inglese, singhiozzando la sua gioia, la sua commozione.
Un medico, bravo, coscienzioso e di cuore,  una provvidenza per i poveri paesi di montagna, lontani dai grandi centri e quindi dai mille soccorsi che larte medica e chirurgica pu prestare nelle citt o nelle grosse borgate. Questo tutti lo capivano a la Faggeta; e siccome il dottore Roberto De Noto, aveva avuto invito per la condotta di un paese gi a mezza costa con lofferta di un onorario, che era il doppio di quello che l gli veniva concesso, il sindaco, che era un onesto e accorto boscaiuolo e con lui i capocci che avevano le mani in pasta nelle cose del Comune, portarono in Municipio la proposta di aumentargli lo stipendio; che fosse portato alla cifra offerta dal paese che brigava per avere quel medico intelligente, studioso e zelante. La proposta venne accettata a unanimit e il sindaco, in compagnia dei consiglieri, quel giorno, che era festa, port tosto la notizia al dottore. Sindaco e consiglieri erano contentoni; si fregavano le mani, e camminavano con una certa aria di trionfo, nei loro vestiti di frustagno, con la camicia bianca mencia, gli scarponi ai piedi, e il cappello puntato in testa. Erano contentoni anche per averla fatta a quei superbiosi gi del paese a mezza costa, che avevano tentato di rubare loro il dottore e che avevano creduto che a la Faggeta fossero un branco di miserabili incapaci di mettere insieme quattro soldi per il piacere daversi un medico per bene, di quelli che sanno guarire e curano con carit. Fecero, parlando e gesticolando animatamente il tratto di strada che divideva la casa del Municipio dalla casina svizzera e trovarono il dottore, seduto fuori delluscio di casa, che leggeva il giornale sotto il pergolato.
La notizia fu tosto comunicata dal Sindaco, tutto gongolante. E Roberto, che gi sapeva la cosa e ci sperava, lieto della nuova e della prova di stima e di affetto di quella buona gente, li trattenne seco a mangiare un boccone di colazione, l sul tavolino greggio, allombra.
Anna, in un batter docchio rec piatti, posate, carne fredda, salame, burro, ova e del vino bianco; proprio una colazione improvvisata, alla campagnuola.
Il sole dagosto, piomba sulla vallata. Le cicale stridono allombra, nella calma abbagliante. Ma dalle vette soffia laria leggiera e fresca; non si soffre lafa in montagna; e lacqua, grondante dalle cime in rigagnoletti che danno armonie dolcissime, note soavi e meste, giocondi trilli di risate e gemiti e singhiozzi, sono una musica deliziosa.
I capocci mangiano, tagliando il pane con il loro coltellaccio da tasca, servendosi delle mani pi che della forchetta, centellando il vino con una sonorit ghiotta, pulendosi la bocca con il pugno. Mangiano allegramente, lieti di quella colazione offerta dalla riconoscenza di un signore, di un uomo di studio, che essi pagano perch hanno bisogno del suo sapere, al quale vogliono bene, perch sanno che  un devoto al dovere, un uomo di cuore, niente altezzoso, di quelli che si fanno subito uguali con tutti.
Il sindaco, a un punto, si alza, e levando il bicchiere beve alla salute della sposa.
Anna ringrazia sfavillante. La sposa  lei; la notizia  corsa da per tutto; ognuno sa che la gentile sorella del dottore, nei primi di settembre sposer il ricco inglese, il quale verr ogni anno, con la moglie e la sorellina di lei, che ormai far parte della famiglia, a passare la primavera e lestate nel villino della Faggeta.
E adesso per non restar solo come unanima solitaria, il nostro dottore dovr pur pensare anche lui a prender moglie! dice uno dei consiglieri.
Roberto e Anna si scambiano un ammicco ed un sorriso. Anna non si mostra desolata al pensiero di lasciare il fratello; e questo vuol dire che il fratello non rester solo come unanima solitaria!... E lui, Roberto, deve aver gi pensato a popolare la solitudine della sua casa, poich, non se ne preoccupa.
La campana suona mezzogiorno. La Messa  finita. Dalla Chiesa viene la cantilena monotona dellultima preghiera; cantilena strascicata, che laria reca come una nenia lontana. Presto presto nella vallata deserta, si spargono a gruppi le donne, gli uomini; le ragazze striminzite nel vestito della festa; i giovinotti, con la camicia bianca, la sciarpa rossa o turchina pendente di sotto la giacchetta in fiocchi e frange, il cappello mencio messo l, alla brava, chi con le mani in tasca, chi con il mozzicone di sigaro o la pipa di gesso in bocca. Ed  un occhieggiare, un buttar parole arditelle, frizzi rusticani, complimenti che fanno ridere e arrossire. Quelli che hanno la fidanzata, laccompagnano fino sulluscio di casa; gli altri seguono a frotte le ragazze libere dimpegni; e fanno a botta e risposta e dicono e rimboccano; uno sfoggio di volgarit che vorrebbe dire spirito, e sghignazzate e guardature in tralice per celia e qualche urto di gomito quando si pu.
Nella vallata verde e inondata di sole, spiccano i vestiti e gli scialli delle montanare; echeggiano allegramente le loro grida. E le campane delle sparse chiesuole, suonando il mezzogiorno a festa, pare si parlino e si salutino a distanza.
Il sindaco e i capocci hanno finito di mangiare e si accomiatano. Sono lieti e orgogliosi daver fatto colazione con il loro dottore, alla sua stessa tavola, e di ritorno a casa, portano ai sette cieli la famigliarit di quel bravo medico, che non ha muffa e tratta da amici la povera gente ignorante. Un dottore compagno, asino chi se lo lasciava portar via. Quelli gi del paese della costa potevano pulirsi la bocca; poi che alla Faggeta era capitata la fortuna dun bravo uomo compagno, non se lo lascerebbero rubare di certo.
Partiti i convitati, Roberto e Anna, uscirono anchessi per andare a raggiungere Milda, ormai quasi sempre in casa dellarciprete insieme con i piccoli amici. Anna era felice per la modesta fortuna toccata al fratello, che ormai, con il suo stipendio poteva vivere quasi agiatamente e permettersi il conforto duna famiglia sua.
Una famiglia sua!... A questo pensiero il cuore generoso di Roberto sussultava di desiderio e di speranza. Ma... poteva, doveva egli osare di offrire una vita relegata l su fra i greppi, una vita staccata dalla societ, dalla gente elegante e raffinata, ad una signorina fino allora cresciuta nello sfarzo, abituata a ogni maniera di delicature materiali e morali?... S, Anna aveva ragione; era da preferirsi le mille volte unesistenza raccolta; in luogo solitario, fra persone che amano e che si amano a unaltra di dipendenza, di lavoro non sempre grato, quasi di prigionia. Ma... quando una fanciulla  colta e bella e virtuosa, la fortuna non le pu mancare; e in citt non scarseggiano le occasioni dun incontro, la possibilit duna simpatia, che possano rialzare una signorina impoverita improvvisamente, alla antica condizione di ricca e brillante.
Anna scuoteva il capo, alle titubanze del fratello. E per distrarlo dai pensieri che lo scoraggivano, parlava daltro, mentre in cuore accarezzava un suo disegno.
Riccardo amava quei luoghi; aveva una vera passione per quella vallata; le aveva promesso che sarebbero stati al villino la maggior parte dellanno. Oh ella si era cos subito abituata a quella vita semplice di montagna!... Dove trovare cose pi belle di quelle vedute superbe!... di quelle vette spiccanti il loro profilo nel cielo azzurro?... di quelle coste ove selvaggia il castagno, e ridono al sole i poderetti disseminati qua e l, e dallattivit dei montanari, rubati alle frane, al pruneto, alle roccie!... Oh che fortuna per lei, aver trovato nel suo Riccardo un giovine di animo cos superiore alle piccinerie, alle miseriuzze della vita!...
Ora, l, in casa dellarciprete dovevano trovarsi tutti. Riccardo e sua madre gi dovevano esserci.
Sul ciglio della valle due vacche pascevano lerba fiorita. Levarono gli occhioni stupidi in volto a Roberto e ad Anna e alzarono il muso per un muggito. Le custodiva un fanciullo sgambucciato, intento a ridurre a zufolo una canna di zucca. In una bella insenatura, sulluscio del casolare grigio, accucciati fra una pompa di vilucchi e di sambuchi fioriti, erano un giovinotto del paese e una fanciulla.
Riverisco signor dottore! disse il giovine levandosi il cappello.
Riverisco signorina! fece la fanciulla sorridente.
A quando i confetti? chiese Roberto.
Ai primi di settembre!
Ci saranno due sposalizi; il nostro di poveri figliuoli e quellaltro, da signori! soggiunse il giovinotto guardando Anna.
Signori o no, quando c di mezzo laffetto, le nozze sono tutte allegre ad un modo! disse Anna e Iddio guarda nel cuore e non gi nelle tasche delle persone che benedice in chiesa!... Tanti auguri miei buoni amici! concluse tirando via.
Nel piazzale, che si stendeva dinanzi alla chiesa, folto di faggi, Milda Gino e Rachelina facevano a rincorrersi insieme con una frotta di contadinelli. Erano grida che andavano al cielo e risate squillanti; tutto uno sfoggio di gioia.
La fanciullina corse incontro al fratello ed alla sorella, rossa, scalmanata, sorridente. E scambiato il bacio di saluto, torn al giuoco.
Milda ha trovato qui salute e robustezza! osserv Anna. Non pare proprio pi la esile, stenta bambina che dava tanto da pensare alla povera mamma.
Il ricordo della madre perduta oscur un istante la fronte della buona fanciulla. Ma la vista di Riccardo che appariva in quel momento sulla soglia della casa di don Giuseppe, le fug tosto dal cuore la tristezza.
Entrarono nel salottino modesto e semplice, che si apriva sul giardinetto il quale guardava a picco, la gran valle silenziosa con i bruni paesi riparati a ridosso dei monti e con il torrente nel mezzo, dallacqua che scrosciava fra massi e macchie folte e scura. Al di l del torrente, dirimpetto, si innalzava una china rocciosa tinta di ruggine, dalle piante nude fra cui spiccavano le linee bianche di pochi campanili disseminati. La stanzetta, tutta bianca, con alcuni quadri sacri alle pareti e pochi mobili lucidissimi, aveva quel molle odore di cera, di incenso e di tabacco, proprio delle case dei preti puliti e solitari.
La madre di Riccardo, seduta in giardino, conversava con la signora Marietta. Roberto si ferm in salottino a parlare con don Giuseppe che grilliva di piacere a sentire lesito felice della proposta in Comune.
Riccardo e Anna si posero a sedere sul muricciolo che cingeva il giardinetto dalla parte della valle.
A quellaria, dolce come una carezza, le piante, dalla cima agile e frondeggiante, tremolavano frusciando. La veduta varia e incantevole, il silenzio rotto solo dallo strosciare profondo del torrente, tutto quellinsieme di pace, di giocondit intima, metteva nellanimo un sentimento di spiritualit, riempiva gli occhi e la fantasia dazzurro e doro. E nella calma solenne di quel luogo e di quellora, i paesi e i villaggi riprendevano a parlarsi ed a rispondere con il suono delle campane, che invitavano a vespro.
Riccardo susurrava dolci parole alla sua fidanzata, che esprimeva in un sorriso radiante, la felicit piena, assoluta di tutto il suo essere.
Adun tratto, in mezzo al silenzio, si sent spiccato labbaiare dun cane.
Anna scatt ritta esclamando, Tom!...
Il pensiero le corse alla notte paurosa in cui quello stesso abbaiare, quello stesso cane, le avevano annunciato una sventura. Impallid al ricordo brusco e repentino e guard Riccardo con tanta ansia negli occhi, che egli comprese, e stringendosi al petto la testa della fidanzata, la baci rispettosamente sui capelli, mormorando:
Sia benedetta quella sventura che ti avvicinava a me, Anna!...
Entr il cane festoso; entr subito dopo lui leremita, che fu accolto con la schietta cordialit dellamicizia vera e riconoscente.
Oh da che nel cuore del vecchio soldato, erano entrati degli affetti forti e potenti, egli scendeva spesso dal suo nido di falco, per parlare, sorridere, sentirsi intorno la benevolenza di gente buona e cara.
Il falco s addomesticato! diceva lui stesso.
E sera fissato, che per linverno, almeno durante i mesi pi cattivi, sarebbe sceso ad occupare le tre stanzette di fondo al piccolo giardino di villa Fede; tanto da far la guardia alla casa durante lassenza dei padroni.
In mezzo alla scena soave e lieta di quelle gentili persone, in quel felice momento della vita, intimamente, contente, mentre don Giuseppe era passato in sagrestia per prepararsi al vespro, Roberto, solo nel salottino, con la testa abbandonata al dorsale della poltrona di pelle, lustra di borchie dottone, volava con un sorriso di melanconia e di piet fra le mura dun vasto fabbricato, ove fra molti, viveva solitaria unorfana a lui tanto cara.
Oh se avessi il coraggio di scriverle i miei sentimenti! pensava con un guizzo di speranza in cuore. Oh se non mi trattenesse il timore di offrirle una vita troppo meschina per lei, nata ricca, e cresciuta negli agi e nello sfarzo!... Se fossi sicuro, proprio sicuro, che nessuno che fosse in posizione migliore della mia, pensa a offrirle un avvenire di felicit!
Le nozze di Riccardo e di Anna furono un festone non mai veduto per il povero paesello montanaro; fu uno sprazzo di luce fantastica, che dur poche ore e si spense nella solita silenziosa solitudine, con la partenza degli sposi.
Milda aveva dovuto lasciare la casa del fratello, dove nessuno avrebbe potuto occuparsi di lei, ed era andata a tener compagnia alla mamma di Riccardo, al villino Fede.
Chi si trovava solo con una montanara che gli faceva da domestica, era Roberto, poveretto!... Ma egli si faceva forte, e non era abbastanza egoista per rammaricarsi della fortuna toccata alla sorella.
Sopportava con rassegnazione la sua solitudine, sospirando qualche volta un intimo desiderio, che la delicatezza gli ricacciava in cuore.
Il settembre era splendido. Un seguito di giornate serene, unallegria di villeggianti, che pi non cera un villino, n una casuccia vuota.
Ma, per la maggiore, quei villeggianti erano a pena conoscenti di Roberto, e molti estranei a fatto.
Lavvocato Stolzi scriveva dalla cittaduzza di provincia ove la disgrazia laveva relegato, che per allora n lui n la famiglia avrebbero potuto concedersi il lusso di una vacanza in montagna.
E Ida Flammi?... Sempre in collegio, sola anche lei, forse anche pi sola di lui!
Da che Anna era via per il viaggio di nozze, egli non aveva saputo pi nulla della gentile, interessante signorina; e spesso si trovava a desiderarne notizie con una smania inquieta.
Quel giorno, di festa, la valle era gaia di gente allegra. Era capitato l, al paese, un organetto, faticosamente strascinato per lerta salita da un somarello piccolo e magro. Era capitato dopo il vespro; e i giovanotti lavevano tirato fino al prato verde della valle, aiutando lasino. Gongolanti di letizia, le ragazze erano tosto corse a casa a calzare le scarpe, specie di babbuccie con le suola di corda, ricamate a fiorami smaglianti sulla punta, a mettersi al collo il fazzoletto vistoso e dinanzi il grembiule, bello; poi l tutte, una presso laltra, in sfilata, in attesa dei ballerini, sfilati dalla parte opposta, in manica di camicia, con laria sgherra. E come il proprietario dellorganetto prese a girare la manovella, via a scegliere la compagna, e poi un dondolarsi di fianchi e di teste per accordare il passo alla musica, e poi uno slanciarsi allegro fra trilli e piruette e ritrosi e un alzar di gambe e di braccia e un cozzarsi di coppie e un gridar moccoli per il disturbo degli scontri.
Mentre la danza ferveva nella valle erbosa e fiorita, una signorina pallida e commossa, entrava improvvisamente in casa di don Giuseppe e si buttava fra le braccia della signora Marietta.
Era aspettata, era desiderata, e che doveva venire lottimo arciprete e sua sorella lo sapevano. Ma laspettavano il domani; quella era una improvvisata; tanto meglio!... La povera signorina doveva venir l per un mese: tanto da rifarsi, da rinvigorirsi per poi tornare in collegio, al suo posto. Quella era stata una cosa combinata da Anna, che n pure nella felicit aveva dimenticato lamica un momento solo.
Povera Ida Flammi!... Era ancora assai pallida; gli occhioni grandi e scuri, in quel volto affilato, parevano ancora pi grandi e lucevano di luce strana.
Stanca, spossata dalla salita, ora se ne stava nel giardinetto, seduta nella poltrona, che don Giuseppe stesso le aveva portata fuori allaperto; e la signora Marietta, in cucina, le preparava un cordiale, che la rifacesse, povera Ida!
Oh, con quale piacere intenso ella respirava laria pura e profumata della montagna!... Come si lasciava andare al piacere di sentirsi circondata di premure affetuose!... Vivere con persone che vogliono bene, vivere libere e lavorare per chi si ama!...
Con gli occhi vaganti nellazzurro dorato, Ida pensava e desiderava.
Le note gorgoglianti dellorganetto, giungevano fin l insieme con le risate grasse e i trilli giocondi dei ballerini.
Presa dalla smania di svagarsi, di vedere, di godere, Ida, bevuto il cordiale preg la signora Marietta, che volesse andare con lei nella vallata; ella aveva tanto, tanto bisogno di vedersi intorno della gente allegra!
Andarono; Ida, un po debole, bianca come un giglio nel vestito nero attillato, con la bruna testa scoperta, appoggiata al braccio della signora Marietta.
Arrivarono che la festa era nel suo colmo e lallegria pazza. Quella gioia degli altri le metteva in cuore un confronto senza invidia n gelosia; un confronto melanconico. Quelle contadine cos allegre, cos gioconde e pienamente felici, avevano tutte la loro famiglia o almeno qualche parente che le amasse e avesse cura di esse. Ella, invece, non aveva nessuno; proprio nessuno; non un fratello, non una sorella, nemmeno un lontano congiunto!... La malattia le aveva lasciata nellanima una debolezza lagrimevole; aveva perduto la fede nella vita, non credeva pi nellavvenire, e quellessere cos sola sola le inondava il cuore dun fiotto di pianto.
Attravers la vallata in festa senza fermarsi; e, stanca sfiaccolata, si lasci andare a sedere su un tronco dalbero, in mezzo a un folto di faggi, in disparte, che la musica e le grida gioconde, si sentivano appena. La signora Marietta cap che la povera fanciulla doveva aver bisogno di riposare nella solitudine. E la lasci, dicendo che andava in cerca di Milda e de suoi figliuoletti, che erano andati su al villino Fede a rallegrare del loro chiasso la mamma di Riccardo.
Ida aveva davvero bisogno di ritrovarsi sola. E non appena lo fu, si lasci andare al senso strano di dilettosa malinconia che le serpeggiava nel sangue. Poggi i gomiti sulle ginocchia, si prese la testa nelle mani e stette raccolta in s stessa. Che grande, commovente gratitudine sentiva per Anna, la sua sincera, generosa amica, che aveva trovato il modo di ottenerle un permesso di vacanza senza urtare n la suscettivit della direttrice n la gelosia delle altre maestre!... Oh Anna aveva ben diritto di essere felice!... La rivedeva l nel parlatorio del collegio, insieme col suo sposo: tutti due cos raggianti di gioia!...
Dopo un mese di viaggio gli sposi sarebbero tornati alla Faggeta ed ella avrebbe potuto salutarli. Salutarli e poi scendere alla piana e rinchiudersi di nuovo in collegio!...
Un profondo sospiro le usc dal cuore oppresso.
Oh se fosse stata tuttora ricca, con quale piacere sarebbe rimasta per sempre l su, alla Faggeta!... Se fosse stata ancora ricca, avrebbe avuto il coraggio di mostrare la simpatia, anzi laffetto grande, che ora si custodiva gelosamente in petto!... quando si vuol bene davvero, si  generosi quasi inconsciamente; davanti al proprio amore non si mette mai s stessi, ma pi tosto il meglio della persona che si ama. E il meglio della persona che ella amava segretamente, non era certo quello di unire la sua vita con quella di unorfana povera!... E pure sarebbe stato cos bello vivere l in quella vallata, presso unanima che rispondesse a la sua!... Oh sarebbe stata la felicit, il Paradiso in terra!... Invece, era suo destino quello di tornare gi in collegio, sola, sola, sola!
Un angoscioso senso di piet di s stessa la prese alla gola e la obblig a singhiozzare tacitamente.
Lorganetto continuava a gorgogliare le sue note a distanza; e le risate e le grida della gente in festa, giungevano fin l.
Ida non sent un passo che si avvicinava a lei, non vide il giovine dottore, che le si accostava dinanzi colpito e sorpreso. Ma sent il suo nome lanciato allaria come uno scatto di passione, come una preghiera:
Ida! Ida!
Ella si scoperse il volto pallido e bagnato di pianto e si vide dinanzi Roberto De Nota, che le stendeva le braccia. Senza riflettere, quasi inconsciamente, la povera fanciulla si gett fra quelle braccia, nascose il volto sopra quel petto leale e generoso.
In quel punto giungevano la signora Marietta, Milda, Gino, Rachelina e la madre di Riccardo.
Roberto stacc delicatamente da s la fanciulla e passandole un braccio dietro la vita, disse con un sorriso sfolgorante: Mie ottime amiche! vi presento la mia sposa!
Oh lo sguardo della povera fanciulla, a quelle parole!
...
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...
FINE.